Dal Servizio Civile alla presidenza: la storia di Emma e una domanda aperta agli Enti del Terzo Settore
A 32 anni presidente: cosa cambia quando a guidare un’associazione è chi ha iniziato come volontaria in Servizio Civile Universale
Il Servizio Civile Universale viene spesso raccontato come un anno di formazione, di crescita personale e di cittadinanza attiva. Più raramente ci si interroga su ciò che accade dopo: quanti giovani restano coinvolti negli enti? Quanti continuano il proprio percorso associativo? E quanti arrivano ad assumere ruoli di responsabilità e di governance?
La storia di Emma, oggi presidente dell’Associazione Amici dei Boschi di Pavia, offre uno spunto interessante per riflettere su queste domande.
Nel 2021 Emma sceglie di svolgere il Servizio Civile Universale presso l’associazione. Al termine dell’esperienza continua a collaborare come volontaria e collaboratrice, cresce progressivamente all’interno dell’organizzazione, entra nel Consiglio Direttivo e, nell’aprile 2026, viene eletta presidente.
Un percorso che racconta non solo una storia personale, ma anche ciò che può accadere quando un ente riesce a valorizzare l’impegno dei giovani e ad accompagnarli verso forme di partecipazione sempre più attive.
L’esperienza raccontata da Emma nasce all’interno dell’Associazione Amici dei Boschi, ente di accoglienza del Servizio Civile Universale aderente al Consorzio Pavia in Rete.
Il Consorzio e CSV Lombardia Sud ETS collaborano per la promozione e la gestione dei percorsi di Servizio Civile, accompagnando enti e giovani nelle esperienze di cittadinanza attiva sul territorio.
Chi è Emma
Emma costruisce il proprio percorso formativo tra comunicazione, lingue, educazione e scienze umane. Dopo una prima esperienza universitaria in Biotecnologie per l’Ambiente e il Territorio, si laurea in Comunicazione Interculturale presso l’Università di Milano-Bicocca nel 2019, consegue il diploma di Esperta in Laboratori Esperienziali e nel 2023 ottiene la laurea magistrale in Linguistica all’Università di Pavia.
La passione per la natura e per l’educazione ambientale la porta nel 2021 a scegliere il Servizio Civile Universale presso l’Associazione Amici dei Boschi, dove trova il punto d’incontro tra i propri interessi e il desiderio di contribuire concretamente alla comunità.
Quell’anno si rivelerà decisivo per il suo futuro.
Quando hai iniziato il Servizio Civile, come immaginavi il tuo futuro? È cambiato?
“Quando ho iniziato il Servizio Civile uscivamo dal secondo lockdown dopo il Covid, c’era tanta incertezza sul futuro. Sapevo di voler lavorare nel sociale, a contatto con le persone e fare qualcosa di significativo.
Conoscevo l’Associazione Amici dei Boschi e tra i miei sogni per il futuro c’era proprio quello di collaborare con loro. Il Servizio Civile mi ha dato questa opportunità. Non solo: mi ha fatto conoscere le persone meravigliose che animano il Bosco Grande, che mi hanno accolta con calore, permettendomi di entrare a far parte di questa realtà al meglio delle mie possibilità.
Guardando indietro, posso dire che il mio presente assomiglia molto a come immaginavo il mio futuro allora: continuo a lavorare in ambito educativo e sociale, in un contesto che sento profondamente mio.
L’unica cosa che non avevo previsto era di diventare Presidente dell’Associazione.”
– Da volontaria SCU a presidente: un percorso costruito nel tempo –
Racconta la tua storia da volontaria SCU a presidente: come è successo?
“Durante l’anno di Servizio Civile ho avuto l’opportunità di conoscere da vicino tutte le principali attività dell’associazione. Questo mi ha permesso di comprenderne il funzionamento a 360 gradi e, soprattutto, di sentirmi parte di una comunità.
Al termine del Servizio Civile mi è stato proposto di continuare a collaborare con l’associazione. All’inizio mi occupavo di piccoli incarichi, ma con il tempo sono aumentate anche le responsabilità. Ogni volta che c’era bisogno cercavo di esserci: prendendomi cura della cascina e degli animali, accompagnando bambini e bambine nelle attività in natura, contribuendo all’organizzazione dei progetti.
Credo che le persone abbiano visto il mio impegno, la mia costanza e il desiderio sincero di prendermi cura di questo luogo e della comunità che lo vive. Così sono entrata a far parte del Consiglio Direttivo e, quando è arrivato il momento di scegliere un nuovo presidente, è emerso il mio nome.
Non è stato un traguardo raggiunto da un giorno all’altro, ma il risultato di un percorso fatto di fiducia reciproca, crescita e partecipazione.”
– Guidare un’associazione a 32 anni –
Cosa significa davvero essere diventata presidente, nella pratica quotidiana?
“Essere diventata presidente significa, prima di tutto, avere tante cose nuove da imparare. È un ruolo che porta con sé responsabilità importanti, sia dal punto di vista organizzativo sia nella gestione dell’associazione e delle persone che ne fanno parte.
Per fortuna non sono sola. Il Consiglio Direttivo mi è molto vicino e mi supporta nelle questioni pratiche, ma allo stesso tempo sto imparando ad assumermi responsabilità che prima non avevo. È un periodo di assestamento, in cui ogni giorno è un’occasione per imparare qualcosa di nuovo.
Spero che, una volta consolidata questa fase, ci sarà sempre più spazio per immaginare nuovi progetti, sviluppare idee e costruire nuove opportunità per il territorio e per le persone che frequentano il Bosco Grande.”
– Imparare a non dover sapere tutto –
Qual è la difficoltà più grande nel passaggio da volontaria a presidente?
“La difficoltà più grande è sicuramente dover imparare tante cose nuove, soprattutto la parte burocratica e amministrativa dell’associazione.
Un’altra difficoltà è che molte persone si rivolgono a me con domande o problemi, aspettandosi che io sappia come muovermi. A volte mi dispiace non avere ancora tutte le risposte, perché vorrei poter essere d’aiuto subito. Poi però mi ricordo che sono presidente da pochi mesi ed è normale essere ancora in una fase di apprendimento.
Sto imparando che essere presidente non significa dover sapere tutto, ma prendersi il tempo per capire, confrontarsi con gli altri e prendere decisioni con attenzione.”
– Dimostrare qualcosa o semplicemente esserci? –
Hai mai avuto la sensazione di dover dimostrare qualcosa in più rispetto ad altri?
“Credo che nella vita ci sia spesso la sensazione di dover dimostrare qualcosa, soprattutto a se stessi prima ancora che agli altri.
Nel contesto del Servizio Civile e poi dell’associazione ci sono state situazioni in cui mi è stato chiesto di assumere maggiori responsabilità e non mi sono mai tirata indietro. Ho sempre cercato di mettermi in gioco quando se ne presentava l’occasione.
Più che una dimostrazione, però, l’ho vissuta come una scelta naturale dentro un contesto in cui credevo e continuo a credere.”
– Perché nei direttivi ci sono ancora pochi under 35? –
La storia di Emma apre inevitabilmente una riflessione sul ricambio generazionale negli Enti del Terzo Settore.
Cosa pensi del fatto che nella maggior parte degli enti non ci siano under 35 nei Consigli Direttivi?
“Penso che la scarsa presenza di under 35 nei Consigli Direttivi rappresenti prima di tutto un’occasione mancata per gli Enti del Terzo Settore.
La presenza di giovani potrebbe portare nuove energie, prospettive diverse e una maggiore apertura all’innovazione, contribuendo a rendere le associazioni più dinamiche e in dialogo con i cambiamenti della società.
Uno dei motivi per cui questo accade può essere il fatto che il percorso nel Terzo Settore viene spesso percepito come poco stabile o non sempre riconosciuto come una scelta professionale solida. Più in generale, forse questa situazione riflette anche dinamiche più ampie della nostra società, in cui le posizioni decisionali tendono spesso a essere occupate da persone con maggiore esperienza e più anziane.”
Come si accompagna un giovane verso il direttivo? Cosa può facilitare o invogliare i giovani volontari a diventare membri attivi del Consiglio Direttivo?
“Per come l’ho vissuta io, credo che servano alcuni elementi fondamentali: fiducia reciproca, riconoscimento del valore personale e professionale e, soprattutto, un’apertura reale da parte del direttivo nell’accompagnare nuove persone verso questo ruolo.
Più che aspettarsi che avvenga spontaneamente, penso sia importante che ci sia un invito esplicito e un contesto che favorisca l’avvicinamento.
Un altro aspetto importante è la chiarezza: capire bene quali sono i compiti, le responsabilità e cosa significa concretamente far parte di un direttivo aiuta a rendere questo ruolo meno astratto e più accessibile.”
– Cosa resta del Servizio Civile –
Cosa del Servizio Civile ti porti ancora dietro oggi, nel tuo ruolo?
“Mi porto dietro soprattutto la possibilità di aver messo in pratica ciò che avevo studiato e di aver imparato moltissimo sul campo, sia a livello naturalistico sia umano.
È stata un’esperienza che mi ha insegnato a mettermi in gioco anche nelle difficoltà e a portare il mio contributo con maggiore sicurezza.
Ho conosciuto una realtà fatta di persone che credono profondamente in quello che fanno e che riescono a trasformarlo in un impatto concreto sul territorio. Questo mi ha lasciato una consapevolezza importante: se si vuole contribuire alla società con le proprie competenze e la propria passione, è davvero possibile farlo.”
– Come non perdere i giovani dopo il Servizio Civile –
Cosa potrebbero fare concretamente gli enti per non perdere le persone dopo il Servizio Civile?
“Sicuramente una prima cosa importante è proporre continuità rispetto alle attività svolte durante il Servizio Civile, offrendo ai ragazzi e alle ragazze la possibilità di proseguire il percorso in un’ottica di crescita graduale di responsabilità e collaborazione.
Credo sia fondamentale anche riconoscere il valore dell’esperienza fatta, non solo come un anno formativo, ma come un contributo reale alla vita dell’ente.
Infine, può fare la differenza la capacità degli enti di accompagnare questa transizione, facendo vedere chiaramente che esiste uno spazio possibile per restare e crescere all’interno dell’organizzazione.”
– Un messaggio a chi sta svolgendo oggi il Servizio Civile –
A chi sta facendo ora il Servizio Civile e non sa cosa verrà dopo, cosa diresti?
“Prima di tutto chiederei come stanno e cosa si portano davvero a casa da questa esperienza. È importante fermarsi un attimo e riconoscere il valore di quello che si è vissuto.
Direi poi che, in realtà, è proprio da qui che comincia un’altra fase.
Consiglierei di prendersi il tempo per raccogliere tutto quello che si è imparato e vissuto, preparare la propria valigetta di competenze ed esperienze e continuare a essere attivi, curiosi e propositivi. Cercare il proprio spazio, se non lo si è ancora trovato, e continuare a crederci.”
Una domanda aperta agli enti
La storia di Emma non rappresenta soltanto un percorso personale di crescita. È anche un esempio concreto di ciò che può accadere quando un ente sceglie di investire sulle persone, accompagnandole gradualmente dall’esperienza di volontariato all’assunzione di responsabilità.
In un momento in cui molte organizzazioni del Terzo Settore si interrogano sul ricambio generazionale, sul coinvolgimento degli under 35 e sulla sostenibilità futura dei propri gruppi dirigenti, questa testimonianza ci invita a porci alcune domande.
Quali spazi offriamo ai giovani durante un percorso di volontariato o di Servizio Civile? Come li accompagniamo nell’assunzione di responsabilità? Quanto siamo disposti a condividere luoghi decisionali, potere e governance?
Forse la sfida non è soltanto trovare nuovi volontari, ma costruire le condizioni perché possano diventare parte attiva e corresponsabile del futuro delle organizzazioni.
La storia di Emma ci ricorda che, quando questo accade, il Servizio Civile può diventare molto più di un’esperienza di un anno: può essere l’inizio di un percorso di partecipazione capace di generare cittadinanza attiva, leadership e rinnovamento per l’intero Terzo Settore.

