La scuola come luogo di incontro e di parola per contrastare le solitudini
Hai 12-13 anni e senti il peso della solitudine e del giudizio dello sguardo dell’altro.
Il tuo corpo sta cambiando e la tua immagine reale è diversa da quella ideale o “virtuale”.
Cosa fai? Ti rispecchi nei tuoi amici, allontani un po’ i genitori e cerchi risposte nel digitale.
Sei l’insegnante di quei 12-13enni e ti senti ugualmente solo, giudicato e con tante domande.
Cosa fai? Cerchi competenze e linguaggi diversi da proporre.
Una libraia, un’attrice, un’avvocata, un gruppo di psicologhe e psicoterapeute hanno trasformato in storie le parole ed i silenzi di ciascuno.
Lo hanno fatto grazie al progetto “Adolescenti attraverso lo specchio: corpo, immagine, identità in adolescenza” proposto dall’associazione Jonas Monza Brianza da novembre 2025 ad aprile 2026 grazie al bando “Semi di bene” di UniCredit Region Lombardia e CSV Monza Lecco Sondrio.
I protagonisti? 5 classi seconde della scuola secondaria di primo grado Ardigò di Monza.
Ogni classe ha partecipato a 6 incontri con psicologi, psicoterapeuti, una libraia e una compagnia teatrale più un incontro conclusivo con un’avvocata.
Gli/le insegnanti hanno avuto 3 momenti a loro dedicati con le stesse professioniste al quale si sono aggiunti un seminario con l’avvocata per tutti i genitori ed i docenti ed uno spettacolo teatrale aperto a tutta la scuola.
Abbiamo chiesto a Daniela Atzeni, psicoterapeuta responsabile della sede di Jonas Monza Brianza, Maria Maione, psicoterapeuta e socia della sede di Monza e Matilde Pappini, psicologa e socia della sede di Monza di raccontarci un progetto che è stato un viaggio…
LA RICERCA DI RIDEFINIZIONE DI IDENTITÀ E DI RISPECCHIAMENTO NELL'ALTRO
Abbiamo deciso di dedicare la nostra attenzione alla fascia preadolescente, un’età di transizione molto delicata in cui è difficile anche dare un nome ai ragazzi e alle ragazze, perché qualcuno ha ancora il sembiante di bambino e bambina, qualcuno ha il sembiante invece di un ragazzo e una ragazza un po’ più grande e quindi è proprio un periodo di ridefinizione di tutto ciò che concerne l’aspetto identitario.
Gli adulti di riferimento vengono un po’ messi in discussione e c’è la ricerca di un rispecchiamento, un riconoscimento sia nel gruppo dei pari che nell’ambito del digitale, quindi tutto ciò che concerne social, piattaforme, smartphone…
Ci siamo rese conto della necessità di attenzionare tutti questi aspetti legati all’immaginario, all’identità, al corpo, anche per prevenire alcuni comportamenti a rischio come il cyberbullismo, il revenge porn o altri disagi più ad ampio raggio, come i disturbi alimentari, perché si va a innescare uno scarto tra immagine reale e immagine ideale.
LINGUAGGI DIVERSI PER ATTRARRE SENSIBILITÀ DIFFERENTI
Un punto di forza secondo noi di questo progetto è che sono entrati in scena diversi attori, abbiamo collaborato con figure che avevano svariate competenze: da un lato c’era la parte di psicologi e psicoterapeuti di Jonas che utilizzano come principale strumento l’ascolto da un altro lato c’era una libraia e libro-terapeuta esperta in albi illustrati, Maria Teresa Nardi della libreria per bambini “Libri e giochi”, la compagnia teatrale Caterpillar, un’avvocata esperta in diritto di famiglia, tutela dei minori, bullismo e cyberbullismo, Stefania Crema.
È stato interessante notare come chi magari ha fatto un po’ più fatica, per diversi motivi, ad esprimersi attraverso le parole, col teatro ha tirato fuori un lato che ci ha stupito. È stato bello vedere quanto il differente canale può avere un impatto diverso sui ragazzi e le ragazze a seconda delle loro peculiarità.
Sono uscite tematiche differenti, anche rispetto a quelle che noi inizialmente preventivavamo, ad esempio il giudizio dello sguardo dell’altro.
Il tema della solitudine e di un generale senso di disorientamento è emerso sia negli studenti che nei professori e questo ci ha molto, molto colpito.
IL PERCORSO
Siamo partiti dagli stimoli offerti dall’albo illustrato “Professione Coccodrillo”, un silent book che ha dato la possibilità (prima ai ragazzi e alle ragazze e poi ai/alle loro insegnanti) di iniziare un discorso attraverso le immagini.
Nel silenzio e grazie alle meravigliose illustrazioni ognuno ha potuto lasciare qualcosa di sé.
L’albo è stato donato a tutti gli studenti e le studentesse, che hanno così potuto lavorare sul proprio libro mettendoci dei post-it o altro, ci piaceva l’idea che avessero il loro strumento in mano e che se lo potessero portare a casa e magari anche farlo vedere ai genitori.
I ragazzi e le ragazze hanno accolto la proposta della libraia Maria Teresa Nardi con stupore, hanno compreso che poteva essere una possibilità per dire qualcosa, hanno messo le loro parole sugli albi interpretandoli in modo differente e trovando ciascuno la propria storia.
Il tema dell’albo era prevalentemente quello dell’identità. Siamo partiti da lì. Su quello che diciamo quando ci presentiamo agli altri e su quanto invece a volte c’è uno scarto fra quello che vogliamo sembrare o che dobbiamo sembrare e quello che invece siamo realmente.
Questo ci ha consentito sia di aprire una riflessione con ragazzi/e ed insegnanti sia di introdurre il tema dei social e dell’uso del digitale; quindi, come questo voler apparire abbia un amplificatore nello strumento digitale e lì abbiamo un po’ indagato sull’utilizzo dello smartphone e dei social.
C’è anche una legge su questo, ma c’è tanto disorientamento e tanta poca informazione.
Abbiamo dato grazie al progetto la possibilità di parlare con un’avvocata esperta sia nella tutela dei minori, sia nel rischio correlato all’utilizzo inappropriato del digitale. L’avvocata Stefania Crema ci ha aperto un mondo facendoci capire quali possono essere i rischi e dove “inciampiamo” come adulti nell’utilizzo dei dispositivi, da parte nostra e dei nostri figli. Peccato che gli adulti che hanno colto questa occasione siano stati pochi.
Il percorso si è concluso con il linguaggio teatrale della compagnia Caterpillar e lo spettacolo FUORI DAGLI SCHE(r)MI, di e con Ilaria Longo, che tratta proprio l’argomento dei social.
Prima della rappresentazione, studenti e studentesse hanno svolto dei laboratori con i professionisti della compagnia teatrale: i ragazzi e le ragazze hanno potuto incontrarsi attraverso la mediazione del teatro, col corpo, con la voce, sperimentando quello che può essere il punto di vista dell’altro e il proprio punto di vista in relazione all’altro e le emozioni che si possono provare in certe situazioni.
Hanno potuto mettere in pratica a livello esperienziale quello che era uscito nei primi incontri lavorando con le parole sulle immagini.
LE/GLI INSEGNANTI
L’opportunità degli incontri è stata colta da una dozzina di insegnanti della scuola. Abbiamo aperto alle loro parole e ne è nato un bellissimo dialogo. Utilizzando l’albo, abbiamo fatto emergere le questioni legate al loro lavoro, al rapporto con i ragazzi e tra colleghi/e.
Ci hanno detto che hanno creato un club del libro e che vogliono iniziare a trovarsi per continuare questo lavoro e fare eventualmente nuovi incontri di supporto per poter parlare anche delle loro difficoltà, dell’essere soli davanti alla classe e di avere la giusta sensibilità nell’interpretare gli stati d’animo dei ragazzi, mettendo da parte la didattica quando serve per poter entrare in dialogo con loro.
Ci siamo rese conto che finché esistono fortunatamente questi insegnanti, la scuola è ancora possibilità di essere un luogo di un buon incontro.
LA SCUOLA COME LUOGO DI INCONTRO
Siamo entrati a scuola con un atteggiamento di ascolto ponendo le basi per un dialogo. L’obiettivo non era produrre qualcosa, bensì creare un luogo di parola per dare più attenzione a quello che poteva emergere da loro.
Abbiamo offerto uno spazio in cui non si doveva necessariamente performare, si poteva dire, ma anche non dire, parlava chi sentiva di aver qualcosa da dire, ma andava benissimo anche restare in silenzio. La scuola oggi è piena di progetti, di corsi di formazione sia per gli studenti che per gli insegnanti. Quello che abbiamo voluto provare a fare è stato lasciare uno spazio da vivere, in cui non si chiede niente, ma ci si può incontrare accendendo il desiderio e smorzando le ansie.
E si può dire qualcosa di sé, si può ascoltare l’altro (coetaneo ed adulto) e scoprirlo diverso dalle rappresentazioni che ci eravamo fatti di lui o di lei, cercare di capire i diversi punti di vista senza giudizio, senza necessità di dover portare a termine un compito.
I ragazzi e le ragazze si sono messi in discussione e sono arrivate anche specifiche richieste di aiuto che abbiamo rimandato allo sportello psicologico della scuola.
Ci piacerebbe poter portare questo progetto in altre scuole.
Come Jonas sosteniamo tanto le collaborazioni con professionisti appassionati.
Deve passare l’entusiasmo, la passione dell’adulto in quello che fa, per mettere magari un piccolo seme in qualche ragazzo.













