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Un altro cielo

CSV Brescia2026-02-03T11:55:31+01:00
Pubblicato il
03/02/2026
Di CSV Brescia
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Il Centro Teatrale Bresciano e l’Università degli Studi di Brescia presentano la nuova rassegna culturale con la curatela del prof. Carlo Alberto Romano intitolata Un altro cielo. Tre conferenze criminologiche con letture sui temi del delitto, del castigo e delle rispettive, drammatiche e, talvolta, irreversibili conseguenze.

Criminologo, Docente e Prorettore dell’Università di Brescia e Presidente dell’Associazione Carcere e Territorio, Carlo Alberto Romano conduce tre conferenze-conversazioni che offrono lo spunto per una ampia e appassionata riflessione giuridico-culturale sui temi del delitto, della pena e della detenzione, tre aspetti indissolubilmente legati tra loro, dall’analisi dei quali è possibile misurare la temperatura della attuale crisi che attraversa le società democratiche occidentali, anche le più avanzate.
Il Centro Teatrale Bresciano e l’Università degli Studi di Brescia proseguono così la loro collaborazione dando vita a un nuovo progetto aperto a tutta la cittadinanza, dove l’indagine giuridica e sociale e le grandi questioni del diritto penale e penitenziario incontrano le immagini e i linguaggi della letteratura e del teatro, per creare un’occasione di riflessione culturale e di pensiero critico intorno a temi cruciali per la tenuta civile di una comunità, che spesso son oggetto di brutali banalizzazioni e semplificazioni nelle cronache quotidiane. Durante gli incontri, infatti, verranno affrontati alcuni snodi ineludibili della Criminologia storica e moderna e della drammatica situazione detentiva esistente in Italia. Romano dialogherò con alcune personalità del mondo del Diritto, delle istituzioni e della società civile, in un percorso arricchito dalle letture di pagine di alcuni grandi autori – da Dostoevskij a Kafka, da Tolstoj a Wilde – a cura dell’attrice Giuseppina Turra.
Gli incontri si svolgeranno il 5, 12 e 19 marzo 2026 al Teatro Mina Mezzadri di Brescia alle ore 17; l’ingresso è libero fino a esaurimento posti disponibili.
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La rassegna si apre giovedì 5 marzo 2026 con l’incontro intitolato “Alterità. Delitti, autori e autrici di delitto e l’idea di un’altra umanità” in cui Carlo Alberto Romano dialoga con Claudio Castelli, già Presidente della Corte d’Appello di Brescia; le letture saranno a cura di Giuseppina Turra. Il crimine è un fenomeno complesso, inscindibilmente legato ai percorsi con cui diritto e morale hanno forgiato la società umana. Il concetto stesso di delitto è cambiato nel corso del tempo, passando dalla iniziale inosservanza di precetti religiosi, puniti con la legge del taglione, all’introduzione, con le grandi civiltà classiche, di leggi e norme scritte. In epoca moderna Beccaria e il pensiero illuminista introdussero principi divenuti fondamentali per il processo civile: il delitto era da ricondursi a una scelta razionale, e la pena era da applicarsi con criteri improntati a proporzionalità e legalità. Nel XIX secolo Cesare Lombroso e la scuola positiva individuarono in determinate condizioni biologiche preesistenti nell’essere umano la propensione a commettere delitti. Nel XX secolo l’attenzione si spostò sui fattori sociali, economici e ambientali. Il punto di approdo di questo lungo e tortuoso cammino è l’odierno approccio al crimine, il cui studio presuppone conoscenze interdisciplinari, dalla psicologia alla psicopatologia, dalla sociologia alla statistica giudiziaria, imprescindibilmente intrise di profonda cultura umanistica. Se vogliamo tentare di capire veramente il perché di un delitto, anche le più raffinate riflessioni criminologiche non possono prescindere dalla lettura di Dostoevskij, o di Tolstoj e Kafka. Grazie a quelle pagine immortali, l’uomo del delitto non sembra più così altro da noi, difficile da comprendere; forse è semplicemente uno di noi, anche se saperlo, innegabilmente, ci inquieta.

Giovedì 12 marzo 2026 la rassegna proseguirà con l’incontro “Lontananza”. Il carcere è fuori, lontano, dalla comunità” dove Carlo Alberto Romano dialoga con Carmelo Cantone, già vicecapo dell’Amministrazione penitenziaria; le letture saranno a cura di Giuseppina Turra. Fino al XVIII secolo il carcere non era la principale prassi con cui veniva comminata la pena; ben altre, e assai più cruente, furono le modalità con cui la punizione veniva eseguita per coloro che avevano commesso delitti o che ne erano ritenuti responsabili, a seguito di processi spesso assai discutibili dal punto di vista della tutela dei diritti degli accusati. Fu il pensiero di Beccaria ad influenzare un nuovo modo di pensare il castigo, aprendo la strada all’abolizione delle pene corporali; tuttavia, il principio fondante della sua visione era ancora essenzialmente punitivo e le condizioni delle carceri, nel frattempo sempre più definite allo scopo, non erano certo rispettose della dignità e della integrità degli esseri umani che vi venivano reclusi. I disastri bellici e i totalitarismi del XX secolo generarono carte costituzionali attente alla tutela dei diritti umani e da cui scaturirono le moderne riforme dei sistemi penitenziari, nella quali il senso della pena superò il fine meramente retributivo a favore di un obiettivo anche rieducativo. In Italia per avere una riforma costituzionalmente adeguata si dovette attendere il 1975. Osservando tuttavia le attuali condizioni in cui versa il nostro sistema penitenziario, non possiamo che constatare che il carcere va definendosi, concretamente e simbolicamente, come luogo della lontananza: luogo di esclusione, allontanamento e marginalizzazione dei detenuti dalla comunità, e istituzione che sembra aver mancato l’obiettivo assegnato dalla Costituzione alla pena.

La rassegna si chiuderà giovedì 19 marzo con “Libertà. Ma chi è veramente libero, dopo?” Carlo Alberto Romano dialoga con Ivo Lizzola, già Docente di pedagogia della marginalità e della devianza, Università di Bergamo; le letture saranno a cura di Giuseppina Turra. La persona che ha commesso un reato e che per tale motivo ha subito una condanna è quasi sempre percepita dalla società come un essere inaffidabile, di cui avere timore, se non paura. E chi sente di essere destinatario di questa diffidenza tende a sua volta a percepirsi negativamente, alimentando un circuito di (auto)sfiducia in cui la particella ex, posta davanti a uno qualsiasi dei sostantivi che descrivono il suo passato – delinquente, condannato, detenuto – diviene strumento di ulteriore isolamento, precludendo la possibilità di instaurare relazioni di apertura e confidenza con gli altri, indispensabili per avviare la svolta riabilitativa della propria esistenza. Lo stigma che colpisce le persone che hanno vissuto una parentesi di detenzione si rivela essere l’elemento di gran lunga più impeditivo al reintegro nella società da cui la scelta delittuosa le ha, inevitabilmente, estromesse. Se ciò è vero, e quasi sempre lo è, occorre che la nostra comunità rifletta su questa deriva culturale. Il reinserimento di chi esce da un percorso di pena non è solo questione di una gestione attenta da parte dello Stato degli strumenti legislativi e assistenziali che possono favorirne un reintegro; risulta imprescindibile che una comunità compiutamente democratica elabori e sappia mettere in pratica il pensiero riparativo come risorsa fondamentale per confrontarsi con le persone che hanno commesso reato. È una sfida che ci riguarda tutti: quale libertà dunque è possibile, per un ex-detenuto o una ex-detenuta, di fronte al muro del nostro pregiudizio?

Per maggiori dettagli
https://www.centroteatralebresciano.it/eventi/un-altro-cielo

SCARICA IL PROGRAMMA

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