Nel carcere di Como il progetto ACDC: uno spazio sospeso che trasforma il tempo
ACDC (Accoglienza Centro Diurno Como) – Spazio sospeso, la pausa che trasforma, conosciuto come “Centro Diurno”, è il progetto operativo nella Casa Circondariale di Como frutto di un’alleanza tra istituzioni, sanità e terzo settore con capofila CSV Insubria. Obiettivi: benessere psicologico per costruire il reinserimento sociale delle persone private della libertà, partendo dall’interno attraverso attività terapeutica, laboratori artistici, formazione certificata e borse lavoro. Il tempo della detenzione, infatti, può essere vuoto e inerte oppure l’inizio di una trasformazione.
Il Centro diurno è attivo da tre anni e, grazie al “Programma regionale Spazio Zero”, da novembre 2025, “ACDC. Spazio sospeso, la pausa che trasforma” è inserito nel programma regionale “Spazio Zero” di Regione Lombardia, che prevede un intervento integrato della durata di un anno e mezzo, pensato per rispondere alla complessa realtà della Casa Circondariale di Como, una struttura gravata da un cronico sovraffollamento e da una popolazione detentiva caratterizzata da fragilità multiple e intersecate. L’iniziativa, dunque, non parte da zero: l’obiettivo è consolidare e potenziare l’esperienza del Centro Diurno A.C.D.C. (Accoglienza Centro Diurno Como), una vera e propria “oasi di decompressione e ascolto” attiva dal 2022 all’interno del Bassone.
L’intervento è realizzato nell’ambito delle iniziative promosse Cassa delle Ammende con il sostegno finanziario ricevuto da Cassa delle Ammende e da Regione Lombardia.
Un’oasi contro il sovraffollamento e l’isolamento
I numeri fotografano un contesto emergenziale: al 194% di sovraffollamento (dato di fine 2024, che collocava Como al 7° posto nazionale per criticità) si affiancano la carenza di personale e un’alta percentuale di detenuti con fragilità specifiche. Tra questi si registrano molti cittadini stranieri, donne, persone transgender, un numero raddoppiato di soggetti con patologie psichiatriche certificate e una quota crescente di giovani adulti tra i 18 e i 25 anni.
In una simile cornice, la mancanza di attività rischia di esacerbare tensioni e atti autolesionistici. Il Centro Diurno si propone quindi come uno spazio protetto, aperto cinque mezze giornate alla settimana per il settore maschile e due per quello femminile, dove la cura della relazione umana diventa il primo strumento terapeutico.
Attraverso giornate di laboratori co-progettati con i partecipanti, il teatro, la musica e l’arte-terapia entrano in carcere per trasformare le energie interne in senso costruttivo. Per chi ha accesso alle misure alternative o è in fase di dimissione, il progetto offre l’esperienza dell’orto sociale di Sagnino. Qui l’agricoltura a contatto con la cittadinanza permette di sviluppare soft skills cruciali come il lavoro di gruppo e la gestione dello stress. Grazie a corsi certificati da 60 ore (come aiuto cuoco o operatore bar) e all’attivazione di tirocini sul territorio, i beneficiari acquisiscono competenze reali spendibili nel mercato del lavoro, riducendo drasticamente il rischio di recidiva.
Il progetto prevede inoltre l’attivazione del peer support: detenuti adulti, dopo un percorso di formazione, diventano tutor informali per i giovani (18-25 anni) alla loro prima esperienza detentiva, aiutandoli a orientarsi e prevenendo situazioni di isolamento radicale.
Sul piano metodologico viene inoltre introdotto il sistema recovery star, uno strumento di origine britannica che consente un monitoraggio partecipativo del percorso: l’operatore e il detenuto valutano insieme, mese dopo mese, i progressi compiuti in undici ambiti diversi, dalla salute mentale alle relazioni personali, responsabilizzando l’utente nel proprio cammino di cambiamento.
Una rete di accoglienza per una governance di comunità
Forza del progetto è la stabilità del suo partenariato, coordinato da CSV Insubria in qualità di ente capofila. La rete unisce le competenze storiche del privato sociale comasco: l’Associazione Comunità Il Gabbiano (esperta in dipendenze e giustizia riparativa), la Cooperativa Lotta contro l’emarginazione (attiva sulla grave marginalità), l’Associazione Lachesi (per la mediazione linguistico-culturale), AFOL Como (per la formazione e l’impiego), AsLiCo (che porta la lirica e il teatro in carcere) e l’ASCI Don Guanella (per il supporto medico e farmaceutico).
L’inserimento in équipe dell’assistente sociale di comunità fa sì che il progetto non operi come una monade isolata. Questa figura funge da cerniera con i servizi territoriali (Comuni, UEPE, Ser.D) e dialoga sistematicamente con l’ASST Lariana per garantire la continuità terapeutica fuori dalle mura.
Riconosciuto dalla stessa direzione del carcere come uno strumento essenziale per la gestione delle situazioni più critiche, il progetto “ACDC” dimostra che la sicurezza e la rieducazione passano inevitabilmente per l’inclusione, trasformando una pena sospesa in un’opportunità di rinascita per l’individuo e per l’intera comunità comasca.
Le linee di intervento
Il cuore strategico di ACDC è la creazione di un ponte concreto tra il carcere e il territorio. Le attività, in tal senso, si muovono lungo precise linee di intervento:
Spazi semiresidenziali per la prevenzione, l’assistenza e l’inclusione con:
- potenziamento, attivazione e gestione del centro diurno interno all’Istituto penitenziario mediante presidi terapeutici e socioeducativi per il supporto psicosociale e l’accompagnamento individualizzato, oltre a percorsi personalizzati;
- potenziamento, attivazione e gestione di centri diurni interni ed esterni o sezioni di essi dedicati a target specifici (giovani adulti, donne, ecc.) mediante percorsi educativi, relazionali e di empowerment differenziati per genere ed età, con focus su affettività, identità e rielaborazione del vissuto
Percorsi formativi per l’autonomia sociale e personale con:
- realizzazione di laboratori esperienziali e percorsi per lo sviluppo di soft skills che favoriscano consapevolezza, cooperazione e gestione delle relazioni;
- attivazione di percorsi di formazione e tirocini professionalizzanti – tarati sui bisogni della persona – con moduli da 60 ore e tirocini di 3 mesi, in ambiti come agricoltura, cucina, manutenzione del verde, per l’acquisizione di competenze spendibili nel mercato del lavoro;
- accompagnamento all’inserimento lavorativo e alla riqualificazione professionale mediante tutoraggio, orientamento individuale e creazione di progetti formativi personalizzati, anche con strumenti di riconoscimento delle competenze pregresse.
Presa in carico psicosociale integrata con:
- Implementazione di processi di valutazione multidimensionale all’ingresso e durante il percorso per leggere e monitorare i bisogni fisici, psichici, educativi e relazionali e rimodulare gli interventi;
- sviluppo di percorsi terapeutici (sociali, psichiatrici, psicologici ed educativi) individuali e di gruppo, nonché mediazione dei conflitti socioculturali;
- attivazione di équipe multidisciplinari nei centri diurni mediante figure professionali dell’ambito sociale, sociosanitario e sanitario per la definizione e attuazione dei progetti personalizzati.
Attivazione dei pari e partecipazione responsabile con:
- selezione e formazione dei peer supporter per il supporto tra pari nei centri diurni e nei reparti più critici;
- attivazione di percorsi di volontariato attivo, animazione sociale e accompagnamento tra pari per persone non ancora pronte all’inserimento lavorativo ma disponibili alla responsabilizzazione;
- coinvolgimento attivo nei processi di aiuto mediante inclusione dei peer nelle dinamiche di gruppo come facilitatori, mediatori culturali ed educatori informali, anche nel monitoraggio del clima detentivo.
Governance sociale e presa in carico di comunità con:
- introduzione nell’équipe dell’assistente sociale di comunità, quale figura di raccordo tra carcere e territorio, responsabili della presa in carico globale della persona e del collegamento con i servizi (ASST, SERD, Comuni, UEPE, II.PP., ecc.);
- sviluppo e monitoraggio di progetti personalizzati di inclusione, mediante piani individualizzati condivisi tra attori diversi, valutazione periodica dei percorsi, adattamento alle evoluzioni della persona e del contesto.
Le parole di alcuni partecipanti e l’importanza della rete con il territorio
Le persone partecipanti interpellate considerano il Centro diurno come uno spazio di:
- accoglienza delle fragilità e rafforzamento delle potenzialità di ogni persona coinvolta;
- ascolto empatico, rispettoso e non giudicante delle storie personali;
- relazione interculturale, tra pari e tra generi diversi;
- decompressione psicologica;
- partecipazione attiva;
- costruzione di legami con il mondo esterno.
Tutto ciò rende il Centro diurno un’oasi di benessere psicologico i cui benefici sono stati rilevati anche dallo staff e direzione della Casa Circondariale. Il focus group con gli operatori istituzionali ha messo in luce come le attività del Centro diurno rappresentino un valido supporto su cui l’Istituto può fare affidamento per l’accompagnamento e il sostegno delle persone in condizioni di maggiore fragilità, per la cui gestione non dispone di risorse interne sufficienti, in un contesto di incremento di questa tipologia di detenuti.
Altro fattore importante è l’integrazione con il contesto carcerario e il territorio: il Centro diurno non opera in isolamento, ma agisce per costruire connessioni con il resto del carcere e con la rete dei servizi territoriali. Questa tensione all’integrazione è considerata sia dagli stakeholder sia dall’équipe del Centro diurno un elemento strategico che necessita di essere ulteriormente rafforzato e consolidato.
