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Chi resta fuori dal campo. Sport, disuguaglianze e impianti

CSV Milano2026-01-27T17:32:21+01:00
Pubblicato il
21/01/2026
Di CSV Milano
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I dati Istat raccontano un Paese dove la pratica sportiva cresce a parole ma si ferma davanti a barriere economiche, territoriali e infrastrutturali. Nel vuoto che resta, associazioni e reti del Terzo settore provano a tenere aperto il gioco

di Elisabetta Bianchetti, da VDossier

In Italia fare sport non è solo una questione di volontà. Lo dicono i dati più recenti di Istat: la pratica sportiva resta segnata da profonde disuguaglianze sociali, territoriali e di accesso agli impianti, con una parte consistente della popolazione che resta ai margini dell’attività fisica, soprattutto al Sud, tra le fasce economicamente più fragili e tra chi vive in contesti con scarsa dotazione di strutture.
Dentro questo scenario, il Terzo settore agisce come infrastruttura invisibile: promuove sport di base, presidia quartieri senza palestre, costruisce inclusione dove il mercato non arriva e il pubblico fatica. L’articolo intreccia i numeri di Istat contenuti nel Rapporto sulla pratica sportiva e del BES 2024 con una lettura sociale e civile dello sport, per raccontare non solo chi pratica e chi no, ma chi rende possibile praticare, ogni giorno, nonostante tutto.

C’è un campo da gioco che non compare sulle mappe sportive ufficiali. Non ha tribune, spesso nemmeno spogliatoi. A volte è un cortile scolastico riaperto il pomeriggio, un parco pubblico adattato, una palestra di quartiere con le luci al neon e le reti rattoppate. È lì che, ogni giorno, si misura davvero lo stato di salute dello sport in Italia.

I numeri, a prima vista, sembrano incoraggianti. Secondo Istat, nel 2024 oltre 21 milioni e mezzo di persone – il 37,5% della popolazione dai tre anni in su – praticano uno o più sport nel tempo libero. È un dato in crescita costante negli ultimi trent’anni, trainato soprattutto dalla pratica continuativa. Ma basta fermarsi un attimo su quel numero per accorgersi che racconta solo una parte della storia. Perché, nello stesso Paese, quasi sei persone su dieci non praticano sport. E più di tre su dieci sono completamente sedentarie.

Lo sport, in Italia, non manca di appassionati. Manca di accesso. Le differenze attraversano i territori – con il Mezzogiorno fermo a livelli di pratica molto più bassi rispetto al Centro-Nord – ma anche le condizioni sociali. Praticano di più gli uomini rispetto alle donne, i giovani rispetto agli anziani, chi ha un titolo di studio più alto rispetto a chi ne ha uno basso. E soprattutto, praticano di più coloro che vivono in contesti dove fare sport è semplice, vicino, economicamente sostenibile.

Il punto critico emerge con chiarezza quando si guarda dove si pratica sport. I dati dicono che la maggioranza delle persone attive utilizza impianti sportivi, al chiuso o all’aperto. Ma cresce anche – e non è solo una buona notizia – la pratica in casa, nei condomìni, negli spazi informali. Una scelta che spesso non nasce da una preferenza, ma da una mancanza: di strutture accessibili, di orari compatibili, di costi sostenibili.

È qui che il racconto si incrina. Perché l’accesso agli impianti sportivi non è neutrale. Dipende dalla disponibilità di palestre, piscine, campi, dalla loro manutenzione, dalla possibilità di raggiungerli senza attraversare mezza città. Dipende, ancora una volta, dal reddito, dal quartiere, dal Comune in cui si vive. Nei piccoli centri come nelle periferie urbane, l’assenza o il degrado degli impianti diventa una barriera silenziosa, che trasforma lo sport da diritto potenziale a privilegio concreto.

Il tema degli impianti sportivi è il grande non detto delle statistiche sulla pratica sportiva. Pubblici o privati, grandi o di prossimità, gli spazi in cui si può fare sport non sono distribuiti in modo uniforme né accessibili allo stesso modo. In Italia una parte rilevante degli impianti è di proprietà pubblica, spesso comunale, ma molti di questi risultano datati, bisognosi di manutenzione o con una disponibilità oraria limitata. Palestre scolastiche chiuse nel pomeriggio, piscine con costi di gestione elevati, campi all’aperto lasciati al degrado: la mappa delle strutture racconta un patrimonio fragile, che fatica a rispondere alla domanda reale.

Accanto al pubblico cresce il peso degli impianti privati, più moderni e meglio attrezzati, ma anche meno accessibili sul piano economico. Abbonamenti, corsi, quote associative diventano una barriera concreta per molte famiglie, soprattutto in un contesto di aumento del costo della vita. I dati Istat mostrano che la spesa è uno dei motivi principali di rinuncia alla pratica sportiva: non è la mancanza di interesse a fermare le persone, ma il prezzo da pagare per entrare in campo.

 

Le differenze territoriali amplificano il problema. Nel Centro-Nord l’offerta di impianti è più ampia e diversificata, mentre nel Mezzogiorno la scarsità di strutture e la loro distanza dai luoghi di vita quotidiana rendono lo sport meno praticabile, soprattutto per bambini e adolescenti. Nelle periferie urbane, poi, la questione non è solo la quantità degli impianti, ma la loro funzione sociale: luoghi che potrebbero essere presìdi di comunità restano spesso chiusi, sottoutilizzati o affidati a logiche esclusivamente commerciali.

È in questo incrocio tra proprietà, costi e territorio che si decide chi può fare sport e chi no. Gli impianti non sono semplici contenitori neutri: sono dispositivi di accesso o di esclusione. E quando mancano, o diventano economicamente inaccessibili, lo sport smette di essere uno strumento di benessere collettivo e si trasforma in un’esperienza selettiva, riservata a chi può permettersela.

È proprio dentro queste crepe che il Terzo settore entra in gioco. Non come semplice utilizzatore degli impianti, ma sempre più spesso come gestore, manutentore, mediatore. Associazioni sportive dilettantistiche, enti di promozione sportiva, cooperative sociali prendono in carico palestre scolastiche nel pomeriggio, riaprono campi abbandonati, siglano convenzioni con i Comuni per garantire continuità di accesso a strutture che altrimenti resterebbero chiuse o sottoutilizzate. In molti territori, soprattutto nelle periferie e nei piccoli centri, lo sport continua a esistere perché qualcuno si assume il rischio – economico e organizzativo – di tenere aperte le porte.

La gestione sociale degli impianti diventa così una forma concreta di welfare di comunità. Quote calmierate, gratuità per alcune fasce, orari flessibili, attività pensate per chi resta fuori dai circuiti sportivi tradizionali: bambini e ragazzi in contesti fragili, persone con disabilità, anziani, nuovi cittadini. Non si tratta solo di offrire uno spazio, ma di costruire condizioni di accesso, abbassando soglie economiche e culturali che i dati Istat indicano come decisive.

Il Rapporto BES lo conferma: salute e attività fisica sono strettamente intrecciate al benessere complessivo delle persone e alla qualità dei servizi sui territori. Dove i servizi mancano, anche muoversi diventa più difficile. E così lo sport, invece di ridurre le disuguaglianze, rischia di riprodurle.

Raccontare oggi la pratica sportiva in Italia significa allora partire dai dati, ma non fermarsi ai numeri. Significa guardare a chi resta fuori dal campo e interrogarsi su chi tiene aperti i luoghi, con quali risorse e con quale visione. Perché è lì, negli impianti riaperti e nelle palestre restituite ai quartieri, che si gioca la partita più importante: quella tra uno sport per pochi e uno sport che prova, ancora, a essere un bene comune.

Fonti
Istat, La pratica sportiva in Italia -2024
Istat, Rapporto BES 2024: salute e attività fisica in Italia

Sul portale VDossier l’approfondimento continua con il nuovo Rapporto ASviS 2025 e i rallentamenti dell’Italia nella direzione dello sviluppo sostenibile. Ma dal basso si continua a desiderare, coltivare e costruire un mondo ambientalmente e socialmente più giusto. Scopri le storie di Vdossier.

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