Il tempo che manca
Donne, lavoro, cura e volontariato: la partecipazione civile nelle agende più affollate della società
di Elisabetta Bianchetti, da VDossier
Alle 18.47 il treno rallenta all’ingresso della stazione. I finestrini riflettono una luce già stanca. Marta guarda l’orologio del telefono: venti minuti per arrivare a casa, preparare qualcosa per cena, controllare i compiti di suo figlio. Alle nove, se tutto va bene, c’è la riunione dell’associazione.
Non è lontano, il volontariato. Ma nemmeno vicino. Sta in quell’ora fragile che separa il lavoro dalla notte.
Molte storie di partecipazione femminile cominciano così: tra diversi impegni, in uno spazio di tempo che non è mai davvero libero.
Negli ultimi vent’anni la vita quotidiana si è trasformata in modo profondo. I luoghi di lavoro si sono allontanati dai quartieri di vita, i tempi di spostamento si sono allungati, il lavoro domestico e di cura continua a gravare soprattutto sulle donne. Dentro queste giornate fitte di incastri si inserisce anche la partecipazione civica. Non come un’attività separata, ma come qualcosa che deve trovare posto tra molte altre cose.
Eppure il volontariato continua a esistere. A volte proprio grazie a questi incastri
Secondo l’Istat, nel 2023 in Italia 4,7 milioni di persone hanno svolto attività di volontariato, circa il 9,1% della popolazione sopra i 15 anni. Un numero che racconta la persistenza di una cultura della partecipazione diffusa, fatta di associazioni, gruppi, iniziative locali, ma anche di aiuti informali tra vicini, famiglie e comunità.
Guardando più da vicino i dati emerge però una geografia interessante. Nel volontariato organizzato — quello delle associazioni, delle riunioni, dei calendari di attività — gli uomini risultano leggermente più presenti: 6,6% contro il 5,8% delle donne.
Ma la situazione cambia quando si osservano le forme di solidarietà diretta. Nell’aiuto informale, fatto di sostegno concreto a persone e famiglie, le donne sono più numerose: 5,1% contro il 4,8% degli uomini.
Non è una differenza enorme. Ma racconta qualcosa
Una parte significativa della solidarietà femminile si muove fuori dalle organizzazioni, nei territori della prossimità: accompagnare una persona anziana a una visita, aiutare una famiglia con i figli, sostenere qualcuno che attraversa un momento difficile. Gestualità piccole, spesso invisibili, che raramente entrano nei bilanci sociali o nei report delle associazioni.
La partecipazione, insomma, non è solo una questione di presenza nelle strutture. È anche una questione di tempo disponibile.
Le indagini sull’uso del tempo stimano che chi fa volontariato dedica in media circa 18 ore nell’arco di quattro settimane a queste attività. Ma il tempo non è distribuito allo stesso modo tra uomini e donne.
Il lavoro domestico e di cura continua a pesare soprattutto sulle seconde. La gestione della casa, l’attenzione ai figli, il sostegno ai genitori anziani o ai familiari fragili compongono una trama quotidiana di impegni che raramente compare nelle statistiche economiche ma che occupa una parte consistente delle giornate.
È dentro questa trama che si colloca la partecipazione civica.
A volte prende la forma di una riunione serale, quando la casa si è finalmente quietata. Altre volte diventa un turno nel fine settimana, un progetto breve, una raccolta fondi organizzata tra amici. In molti casi si traduce in una disponibilità intermittente: esserci quando si può, per il tempo che si riesce a ritagliare.
Non è meno partecipazione. È una partecipazione che si adatta alla vita reale.
Chi lavora nelle associazioni lo vede bene. Le biografie delle volontarie raccontano spesso traiettorie fatte di entrate, pause, ritorni. C’è chi partecipa molto da giovane, poi rallenta negli anni della maternità o del lavoro più intenso. C’è chi si riavvicina quando i figli crescono o quando la vita cambia ritmo. C’è chi continua, ma ridisegnando il proprio modo di essere presente.
La partecipazione non scompare: si trasforma
Anche gli ambiti raccontano qualcosa di questa trasformazione. Le donne sono molto presenti nelle attività legate alla cura e al welfare comunitario: assistenza, supporto educativo, solidarietà di prossimità. Gli uomini compaiono più spesso in ambiti come lo sport, la protezione civile, alcune organizzazioni più strutturate. Sono schemi ricorrenti nelle analisi del settore, che riflettono in parte la distribuzione tradizionale dei ruoli sociali.
Ma dietro queste differenze si intravede un filo comune: il volontariato resta uno dei luoghi in cui la società civile prova a organizzare la propria capacità di risposta ai bisogni.
E spesso lo fa attraverso le biografie delle persone.
Prendiamo ancora Marta, la pendolare del treno delle 18.47. Il mercoledì sera arriva alla riunione con qualche minuto di ritardo. Qualcuno ha già acceso il computer per collegare chi partecipa da casa. Sul tavolo c’è un foglio con l’ordine del giorno: organizzare un doposcuola per i ragazzi del quartiere.
La riunione dura un’ora. Non sempre tutti possono restare fino alla fine. C’è chi deve prendere l’ultimo autobus, chi deve tornare a casa da un familiare anziano, chi domani si alza presto per lavoro.
La partecipazione, spesso, ha questa forma imperfetta. Non è fatta di grandi disponibilità di tempo, ma di tempo strappato alle giornate.
Per questo il volontariato racconta qualcosa di più ampio della semplice solidarietà. Racconta la possibilità, per una comunità, di trovare spazi di azione dentro vite sempre più compresse.
La sociologia parla spesso di crisi della partecipazione. Ma forse la domanda da porsi è un’altra: quanto tempo resta alle persone per partecipare?
In una società dove i tempi di lavoro si allungano, gli spostamenti aumentano e i carichi di cura restano concentrati soprattutto sulle donne, la partecipazione civica diventa una scelta che richiede organizzazione, equilibrio, talvolta fatica.
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