Quando la memoria diventa giustizia
Dai partigiani della Val Grande ai naufraghi del Mediterraneo: il diritto alla verità passa anche dalla scienza. Resti umani, DNA, archivi e storie familiari: così la ricerca degli scomparsi diventa una questione civile. Al MUSA di Milano un incontro sul diritto all’identità delle vittime di guerra e delle persone scomparse.
di Elisabetta Bianchetti
Per anni, ogni volta che sentiva un’auto entrare nel vialetto, usciva di casa convinta che fosse suo figlio. La guerra nei Balcani era finita da tempo. I bombardamenti anche. Ma per lei no.
Continuava ad aspettarlo in quel piccolo paese della Serbia, accanto a un telefono che non smetteva di essere una promessa. Non lasciava la casa nemmeno durante gli attacchi. Aveva paura di non essere lì se lui avesse chiamato. Ogni rumore diventava un segnale. Ogni macchina che rallentava lungo la strada poteva essere il ritorno.
Suo figlio era partito per l’Italia all’inizio della guerra. Poi era scomparso.
Per quasi trent’anni è rimasto un uomo senza nome.
Il suo corpo era stato ritrovato in territorio italiano poco dopo l’arrivo, ma senza documenti. Nessuno era riuscito a collegarlo alle denunce di scomparsa presentate dalla famiglia a livello nazionale e internazionale. Nessun “match”. Nessun incrocio tra dati. Nessuna risposta.
Nel frattempo, secondo le procedure allora previste per i cadaveri sconosciuti, i suoi resti erano stati esumati dal cimitero di Milano e trasferiti in un ossario comune.
Solo molti anni dopo, grazie a un sito dedicato all’identificazione dei corpi ignoti, la figlia ha riconosciuto il volto del padre. Da lì è iniziato un altro viaggio: pratiche burocratiche, analisi scientifiche, ricerca dei frammenti dispersi nell’ossario. Alla fine la famiglia è riuscita a riportare a casa almeno una parte di quei resti.
La storia di Doris Davic e della sua famiglia è stata una delle testimonianze più forti emerse durante l’incontro promosso dal MUSA — il Museo Universitario delle Scienze Antropologiche, Mediche e Forensi per i Diritti Umani — insieme all’associazione Lo Strappo. Quattro chiacchiere sul crimine, nell’ambito di Milano Civil Week 2026. Un incontro dedicato a un tema che raramente occupa il centro del discorso pubblico: il diritto all’identità delle vittime di guerra, dei dispersi, dei corpi senza nome.
«La perdita ambigua è una malattia del corpo – ha spiegato il pubblico ministero Francesco Cajani -. È la condizione di chi vive sospeso tra due possibilità inconciliabili: la speranza che una persona sia ancora viva e il sospetto che sia morta. Senza un corpo, senza una prova, senza una verità materiale, il lutto non si chiude mai davvero. Rimane aperto. Scava dentro le famiglie. Trasforma l’attesa in una forma quotidiana di logoramento. La guerra, in questi casi, non finisce con gli accordi di pace. Continua dentro le case.
La memoria non è commemorazione
Nel salone del MUSA, tra reperti antropologici, ricostruzioni forensi e tracce di vite riemerse dagli archivi o dal sottosuolo, la memoria è stata raccontata in modo molto diverso dalla retorica commemorativa che spesso accompagna le ricorrenze pubbliche. Non memoria come celebrazione, ma memoria come ricostruzione. «Non si cerca per il gusto di cercare», ha detto Cajani. «Si cerca perché esiste un diritto alla verità».
È un principio che attraversa il diritto internazionale e che trova fondamento anche nelle Convenzioni di Ginevra del 1949 e nei protocolli successivi: gli Stati hanno il dovere di cercare i dispersi, identificare le vittime e restituire dignità ai morti e alle loro famiglie.
Ma tra il principio e la realtà esiste spesso una distanza enorme. Ci sono fascicoli incompleti. Denunce che non comunicano tra loro. Resti senza corrispondenza. Archivi frammentati. Corpi che finiscono negli ossari comuni prima che qualcuno abbia davvero tentato di identificarli.
Cajani ha parlato di un obbligo «cogente, continuo e ineludibile». Non una facoltà morale. Un dovere pubblico. Quando questo dovere si interrompe, non si produce soltanto un vuoto storico. Si produce una ferita civile. «Bisogna spiegare perché manca un cuore», ha detto il magistrato. Una frase che nell’aula del museo è rimasta sospesa per qualche secondo, come se riguardasse non solo i dispersi di guerra ma il modo stesso in cui una società decide chi merita di essere cercato. Perché il diritto all’identità dei morti riguarda direttamente la salute mentale dei vivi.
La “perdita ambigua”, oggi riconosciuta anche sul piano psichiatrico, nasce proprio dall’assenza di una verità concreta. Senza un corpo, un oggetto, un luogo, una spiegazione, il passato rimane incompiuto. Le famiglie non riescono a “ricomporre la propria vita”, come è stato ripetuto più volte durante l’incontro. L’attesa diventa una forma di esistenza. È il motivo per cui la memoria, al MUSA, viene descritta non come un esercizio simbolico ma come un dispositivo di giustizia.
La scienza che restituisce biografie
Nel lavoro raccontato dalla professoressa Cristina Cattaneo (Ordinaria di Medicina Legale presso l’Università degli Studi di Milano, dove insegna anche Antropologia, Direttrice del LABANOF, Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense e del MUSA) la scienza non appare mai come un procedimento astratto. Somiglia piuttosto a una lenta ricostruzione di esistenze interrotte.
Non si lavora soltanto sui resti. Si lavora sulle tracce della vita. Un dente consumato. Una frattura. Un bottone. Un proiettile rimasto nell’osso. Un anello nascosto in una tasca. Un fazzoletto rosso trovato accanto a un cranio sfigurato. L’antropologia forense procede così: osservando dettagli minimi fino a trasformare un reperto in una persona.
Nei ghiacciai dell’Adamello, dove il ritiro dei ghiacci causato dal cambiamento climatico continua a restituire i corpi della Guerra Bianca, riaffiorano scarponi imbottiti di carta e pelo di coniglio, passamontagna civili, pipe scolpite a mano durante le attese in quota. Riemergono lettere, vaglia postali, pezzi di stoffa. Franco Nicolis, che è stato direttore dell’Ufficio beni archeologici della Provincia autonoma di Trento, ha raccontato il lavoro compiuto in questi anni sui resti trovati tra i tremila metri dell’Adamello e della Presena.
Il ghiacciaio conserva ciò che normalmente scompare: carta, tessuti, legno. Gli archeologi parlano perfino di una “archeologia degli stracci”. Non reperti minori, ma frammenti capaci di raccontare una vita. Le tasche tagliate delle divise, per esempio, raccontano il gesto dei compagni che, dopo la morte, recuperavano documenti o oggetti utili prima di lasciare il corpo nella neve. Gli anellini nascosti nelle sacche di tabacco raccontano affetti, paesi lontani, fidanzate mai riviste.
Poi ci sono i documenti. Uno di questi, piegato dentro una divisa, ha restituito un nome a Rodolfo Beretta, soldato ventenne di Besana Brianza morto assiderato nel 1916 durante una bufera di neve mentre trasportava rifornimenti verso il Passo della Lobbia. Era rimasto disperso per oltre un secolo. Il suo corpo è stato identificato grazie al restauro di un vaglia postale conservato dal ghiaccio. Nel 2018 i resti sono stati restituiti alla famiglia. Per anni, ha raccontato Nicolis, la madre aveva continuato ad andare alla stazione del paese aspettando di vederlo tornare dal treno.
Sono storie che trasformano radicalmente il senso del lavoro forense. Qui la scienza non serve soltanto a classificare. Serve a restituire. «Trasformare il reperto in persona» è una delle espressioni usate durante l’incontro. E forse è la formula che più chiarisce il senso di questo lavoro. Perché un corpo senza nome non è soltanto un problema amministrativo o investigativo. È una biografia sospesa.
I ragazzi senza nome della Val Grande
Lo stesso principio attraversa il progetto dedicato ai partigiani della Val Grande, illustrato da Debora Mazzarelli del LABANOF. Tra il 1944 e il 1945, durante i rastrellamenti nazifascisti nell’area dell’Ossola, centinaia di giovani partigiani furono catturati e uccisi. Ad Aurano, a Fondotoce, a Baveno, i prigionieri vennero fucilati dopo essere stati costretti a scavarsi la fossa. Molti avevano tra i sedici e i vent’anni.
Le analisi antropologiche hanno mostrato colpi sparati alle spalle, fratture multiple, ferite al volto inflitte spesso con l’intenzione di rendere irriconoscibili i corpi. Accanto ai resti sono riemersi fazzoletti rossi, bottoni, frammenti di divise. Per decenni molti di quei ragazzi sono rimasti “ignoti”. I partigiani, infatti, sceglievano di non portare documenti. Se catturati, avrebbero potuto esporre le famiglie alle rappresaglie nazifasciste. Così, dopo le esecuzioni, il riconoscimento diventava quasi impossibile.
Oggi il progetto “Diritto al nome e diritto alla memoria” tenta di ricostruire quelle identità attraverso il confronto tra DNA post-mortem e campioni biologici dei familiari sopravvissuti. Una restituzione tardiva. Ma ancora necessaria.
Dentro quelle fosse comuni, ha spiegato Mazzarelli, non ci sono solo resti umani. Ci sono storie interrotte della democrazia italiana.
Anche il progetto avviato da Comune e Ospedale Cà Granda di Milano, sotto il monumento delle Cinque Giornate, racconta qualcosa di simile. Sotto la piazza, i ricercatori hanno trovato diciotto loculi con trenta casse lignee contenenti resti fragilissimi, deteriorati dall’umidità del terreno. Tra le ossa sono emersi i segni della battaglia: colpi d’arma bianca, ferite da arma da fuoco, frammenti che permettono di distinguere i combattenti dai pazienti dell’ospedale.
A quasi centottant’anni dai moti del 1848, ci sono ancora famiglie che cercano notizie dei propri antenati e si sottopongono ai test genetici nel tentativo di identificarli. La storia italiana, vista da queste ricerche, appare piena di nomi mancanti.
Chi resta fuori dalla memoria pubblica
Ma il diritto all’identità non riguarda soltanto i caduti delle guerre mondiali o i partigiani della Resistenza. Riguarda anche i migranti morti nel Mediterraneo, i corpi anonimi contemporanei, gli sconosciuti che attraversano i confini senza riuscire a lasciare tracce riconoscibili dietro di sé. Negli anni il LABANOF dell’Università degli Studi di Milano ha lavorato anche sull’identificazione dei naufraghi recuperati nel Mediterraneo. Un lavoro raccontato da Cristina Cattaneo nei libri “Naufraghi senza volto” e “Corpi, scheletri e delitti. Le storie del Labanof”.
Corpi senza documenti. Famiglie sparse tra Africa, Medio Oriente ed Europa. Identità spezzate dalla migrazione e dai naufragi. Il punto, durante l’incontro al MUSA, è apparso chiaro: esiste una continuità profonda tra i dispersi delle guerre del Novecento e gli sconosciuti del presente. Cambiano i contesti storici. Non cambia il rischio dell’oblio.
Per questo assume un significato particolare anche la proposta di legge presentata in Senato il 29 aprile scorso, che punta a rendere obbligatorie le indagini sui corpi senza identità. L’obiettivo è evitare che i resti vengano dispersi senza che sia stato tentato un serio processo di identificazione. Non solo per i migranti. Per tutti.
A Milano, è stato ricordato durante l’incontro, ogni anno esistono ancora casi di cadaveri senza nome. Il MUSA, in questo scenario, assume quasi il valore di un luogo simbolico. Non un museo costruito attorno alla fascinazione televisiva delle scienze forensi, ma uno spazio dove la medicina legale, l’archeologia e l’antropologia vengono raccontate come strumenti di tutela dei diritti umani. Non reperti da esporre. Persone da ricostruire.
Il debito dei nomi: quando lo Stato cerca i suoi caduti
Dentro questa trama fatta di resti, archivi, DNA e memorie spezzate, anche l’istituzione militare si muove come un ingranaggio di lunga durata della memoria pubblica. Lo ha ricordato il colonnello Gerardo Contristano, dell’Ufficio per la Tutela della Cultura e della Memoria della Difesa — noto come Onorcaduti — descrivendo un lavoro che dura da più di un secolo. Centosette anni di attività in cui la memoria dei caduti non è solo celebrazione, ma amministrazione concreta della loro restituzione alla storia e alle famiglie. «Non è soltanto culto della memoria» , è emerso dall’intervento, «ma un lavoro rivolto al futuro: per trasmettere alle nuove generazioni il senso e il costo delle guerre».
L’ufficio nasce all’indomani della Prima guerra mondiale, con il generale Armando Diaz, e oggi opera come struttura del Ministero della Difesa con una funzione molto precisa: dare un nome ai militari caduti dispersi nei conflitti che hanno coinvolto l’Italia dal 1848 fino alle missioni internazionali contemporanee. Il perimetro è chiaro: si tratta esclusivamente di combattenti, non di civili. E all’interno di questo perimetro si applica un principio che attraversa l’intera attività dell’ufficio: la “parità del caduto”. Un’idea semplice nella formulazione, complessa nelle implicazioni: ogni militare, indipendentemente dall’appartenenza, ha lo stesso diritto alla memoria e alla ricerca della propria identità. Significa che non esistono gerarchie nella morte in guerra. Che un soldato del Regio Esercito, un combattente della Repubblica Sociale Italiana o un militare caduto in missione di pace hanno lo stesso statuto simbolico e amministrativo.
Su questo principio si regge una macchina organizzativa articolata: la gestione dei sacrari militari in Italia e all’estero, la manutenzione dei cimiteri di guerra, una banca dati digitalizzata con circa un milione di nomi, e una rete di contatti che ogni giorno risponde a richieste di famiglie ancora alla ricerca dei propri antenati. «Riceviamo tra le quindici e le trenta richieste al giorno», ha detto il colonnello Contristano. Accanto alla memoria custodita, c’è poi la memoria ancora da ricostruire. L’ufficio opera infatti anche come una vera e propria “task force” per il recupero dei resti sui campi di battaglia, dalle Alpi alla Russia, dalla Polonia ai territori dell’ex Jugoslavia, fino ai contesti più recenti delle missioni internazionali.
Non avendo al proprio interno archeologi o antropologi forensi, il Ministero lavora attraverso una rete di collaborazioni con università, soprintendenze e istituzioni specializzate, oltre a organismi internazionali come la Commonwealth War Graves Commission o la tedesca VDK.
In questa architettura istituzionale, la memoria non è mai un gesto isolato. È una filiera: recupero, analisi, identificazione, restituzione. Un percorso che trasforma un disperso in un caduto riconosciuto, e un numero in una sepoltura possibile.
Il senso ultimo di questo lavoro è stato sintetizzato come un “debito umanitario” verso chi non è tornato. Non solo un obbligo amministrativo, ma una responsabilità storica che riguarda lo Stato nella sua continuità. Resta però una distinzione importante, che attraversa tutto il sistema: il lavoro dell’Ufficio si concentra sui militari e sui combattenti. Le vittime civili, pur rientrando nella più ampia questione della memoria collettiva, seguono altri percorsi istituzionali e scientifici. Dentro questa separazione di ambiti, ciò che emerge è un punto comune: la necessità di sottrarre l’assenza all’oblio.
Perché, al di là delle competenze e delle istituzioni, il nodo resta sempre lo stesso. Un nome mancante non è solo una lacuna negli archivi. È una storia che non ha ancora trovato una forma per essere detta.
