Oltre Sanremo: l’inclusività non è uno spettacolo
Dopo il palco, resta la domanda. Il dibattito acceso dal Festival di Sanremo 2026 riporta al centro un nodo culturale: l’inclusività è visibilità o riconoscimento reale? Un’analisi che smonta pietismi e semplificazioni, per ricordare che la dignità non si applaude: si pratica, ogni giorno, nelle regole e nelle relazioni.
Di Sara Carabba

Quando l’accessibilità diventa scenografia, l’inclusione resta fuori campo
Il dibattito nato attorno al Festival di Sanremo 2026 (vedi video di Arianna Talamona) ha riacceso una questione che ciclicamente ritorna: cosa intendiamo davvero quando parliamo di inclusività?
Ogni volta che un grande evento mediatico porta sul palco la disabilità, si accende un’ondata di emozione collettiva. Applausi, commozione, parole come “esempio”, “coraggio”, “speciale”. Ma subito dopo l’eco si spegne e resta una domanda più scomoda: stiamo davvero facendo cultura dell’inclusione o stiamo solo consumando un momento emotivo?
Perché il punto non è Sanremo. Non è quel palco. Non è quella serata.
Il punto è il paradigma culturale con cui continuiamo a raccontare la disabilità.
Inclusività non significa rendere tutti uguali
C’è un equivoco di fondo che ancora fatichiamo a superare: l’idea che inclusione significhi “assomigliarsi”.
In realtà, inclusività non significa rendere tutte le persone uguali nella vita quotidiana o lavorativa. Non significa normalizzare le differenze fino a renderle invisibili.
Significa, al contrario, dare valore alle persone per le loro caratteristiche e peculiarità, riconoscendo che ognuno contribuisce alla società in modo diverso.
Non occorre essere uguale a nessuno per avere pari diritti, dignità e considerazione sociale.
Questa è la vera rivoluzione culturale da cui siamo ancora molto distanti.
Il problema del pietismo
Quando l’inclusione viene raccontata attraverso la lente della compassione, qualcosa si incrina.
Il pietismo è rassicurante per chi guarda: permette di emozionarsi, di sentirsi sensibili, di uscire dalla situazione con la percezione di aver assistito a qualcosa di “bello”.
Ma per chi vive una condizione di disabilità, quella narrazione può diventare una gabbia.
Perché essere inclusi non significa essere oggetto di tenerezza. Non significa essere celebrati per il solo fatto di “esserci”. Non significa diventare il momento toccante di una storia.
Quando la rappresentazione si concentra sulla pena o sull’eccezionalità, la persona smette di essere vista nella sua interezza: professionista, collega, artista, cittadina, individuo con competenze, desideri e limiti come chiunque altro.
E così l’inclusione si trasforma in una forma più sottile di esclusione.
Inclusività è complessità, non semplificazione
C’è un’altra dimensione spesso ignorata: l’inclusione non è una formula unica valida per tutti.
Ogni persona ha esigenze, capacità, limiti, aspirazioni differenti.
Rispettare questa complessità significa uscire dalla tentazione di raccontare la disabilità come un blocco unico, come una categoria indistinta.
L’inclusione vera non uniforma: personalizza.
Non livella: valorizza.
Non commuove: riconosce.
Un cambio di sguardo
Forse il punto non è chiederci se stiamo parlando abbastanza di inclusione, ma come ne stiamo parlando.
Finché continueremo a confondere visibilità con rispetto, emozione con dignità, presenza con riconoscimento, resteremo fermi a un’inclusione di superficie.
Il cambio culturale di cui abbiamo bisogno è più profondo e meno scenografico: accettare che la diversità non è un contenuto da raccontare, ma una realtà da abitare.
E che la dignità non si concede attraverso l’applauso, ma si riconosce ogni giorno, senza condizioni.

