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Il dono cambia forma

CSV Milano2026-10-05T09:42:51+02:00
Pubblicato il
05/10/2026
Di CSV Milano
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Una persona può lasciare qualche euro a un’associazione, firmare per il 5 per mille, partecipare a una raccolta fondi, regalare una competenza o dare una mano a qualcuno. Il Rapporto Noi doniamo 2026 racconta un sistema in cui non cambia soltanto quanto si dona, ma anche il modo in cui si sceglie di farlo.

di Elisabetta Bianchetti, da VDossier

Immaginiamo una giornata qualunque. Una persona riceve sul telefono il messaggio di un’associazione che conosce da tempo e decide di fare un bonifico. Qualche settimana dopo, durante una festa di quartiere, compra qualcosa a un banchetto solidale. Al momento della dichiarazione dei redditi mette una firma e il codice fiscale di un’altra organizzazione. A un collega offre gratuitamente una competenza professionale che può servire a una piccola associazione. E magari, nel fine settimana, dedica qualche ora a un’attività di volontariato.
Sono cinque gesti diversi. Per chi li compie possono appartenere alla stessa idea di solidarietà. Per le statistiche, invece, appartengono a categorie differenti.

È proprio mettendo insieme queste diverse fotografie che il Rapporto Noi doniamo 2026, realizzato dall’Istituto Italiano della Donazione, prova a raccontare come sta cambiando il dono in Italia. Non c’è una sola misura della generosità e non c’è un unico modo di donare: Istat valuta, tra le altre cose, i cittadini che dichiarano di aver versato denaro a un’associazione; Ipsos Doxa allarga lo sguardo, includendo sia le donazioni alle organizzazioni non profit sia le forme di dono informali; l’Istituto Italiano della Donazione osserva invece ciò che accade dalla voce diretta degli enti non profit per la raccolta fondi.
Il risultato non è una curva che sale o scende in modo uniforme. È qualcosa di più interessante: il dono muta, cambia aspetto.

Quando aumenta chi dona, ma non il valore del dono
Partiamo dal gesto più semplice: mettere mano al portafoglio. Secondo Istat, nel 2025, l’11,9% degli italiani con più di 14 anni dichiara di aver versato denaro a un’associazione almeno una volta nei dodici mesi precedenti. Nel 2024 erano l’11,6%. Tre decimi di punto in più. Poco, ma abbastanza per confermare una lenta ripresa dopo l’arresto registrato nel 2021.

Il dato cambia quando si guarda non soltanto chi dona, ma quanto viene donato. Ipsos Doxa, con una rilevazione che utilizza una definizione più ampia di donazione, registra che nel 2025 il 56% di italiani dichiara di aver effettuato almeno un gesto di donazione a favore di una organizzazione non profit. L’anno precedente erano il 55%. La donazione media annuale alle ONP, però, passa da 68 a 61 euro.
È un movimento che impedisce di raccontare semplicemente un’Italia “più generosa” o “meno generosa”. La platea dei donatori alle ONP cresce leggermente, mentre l’importo medio si riduce.

E se si guarda fuori dalle organizzazioni, il quadro si fa ancora più interessante. Le persone che dichiarano di aver effettuato almeno una donazione informale passano dal 50 al 49%. Tra chi dona soltanto in questa forma, però, l’importo medio annuale cresce da 29 a 37 euro. Non è una contraddizione da risolvere. È il segnale che quantità e intensità del dono possono muoversi separatamente.

Anche il profilo di chi dona si sposta. Istat conferma una maggiore propensione alla donazione economica tra le fasce adulte e anziane; Ipsos Doxa rileva, nel profilo dei donatori alle ONP, un aumento della presenza dei 15-29enni e soprattutto uno spostamento del peso dai 65 anni e oltre alla fascia 45-64 anni.
Il donatore, insomma, non è più una figura statistica così facile da mettere a fuoco.

Il luogo conta. Ma conta anche la fiducia
C’è un altro elemento che emerge quando si allarga l’inquadratura: il dono non è distribuito allo stesso modo nei territori. In Trentino-Alto Adige la quota di persone che dichiara di aver versato denaro a un’associazione arriva al 23%; nella provincia autonoma di Bolzano raggiunge il 25,1%, contro l’11,9% della media italiana.

Il Rapporto prova per la prima volta a mettere questi comportamenti in relazione con alcune caratteristiche economiche e sociali. Il risultato è una serie di correlazioni: molto forte quella con il reddito disponibile, positiva quella con il livello di istruzione e con la fiducia, negativa quella con la disuguaglianza.

Sono numeri che raccontano una relazione, non una causa. Non significano che più reddito produca automaticamente più donazioni o che la fiducia, da sola, spieghi la disponibilità al dono. Dicono piuttosto che, nei territori dove queste condizioni assumono determinati valori, anche la propensione a donare tende a cambiare.
È un passaggio importante perché porta il dono fuori dalla dimensione esclusivamente individuale.
La scelta di mettere cinque, cinquanta o cinquecento euro in una raccolta non nasce soltanto da una decisione personale. Avviene dentro un ambiente fatto di risorse economiche, istruzione, relazioni, fiducia, opportunità di partecipazione.
E forse è proprio qui che il dono comincia a mostrare il suo carattere meno visibile: non è soltanto trasferimento di una risorsa, ma anche un modo di stare dentro una comunità.

Quando il donatore entra nella storia dell’organizzazione
Per capire che cosa sta cambiando bisogna allora spostare lo sguardo dall’altra parte del gesto.
Una donazione, per un’organizzazione non profit, non finisce quando arriva sul conto corrente. Può essere l’inizio di una relazione.

I dati Istat citati nel Rapporto mostrano che nel 2024 circa 41 mila istituzioni non profit, il 12,3% del totale, consideravano i donatori tra i propri stakeholder significativi. E tra queste organizzazioni cresce il loro coinvolgimento: il 44,1% li consulta nella definizione delle attività, contro il 28,2% del 2015; il 27,4% li coinvolge nella realizzazione dei progetti, contro il 19,5% del 2021.
È un cambiamento piccolo, ma significativo: il donatore può diventare interlocutore.

Contemporaneamente, però, la capacità di raccogliere risorse si distribuisce in modo meno uniforme. La XXIV indagine dell’Istituto Italiano della Donazione, realizzata su 344 organizzazioni non profit, mostra nel 2025 una raccolta fondi più polarizzata. Tra gli enti che fanno fundraising, aumentano sia quelli che dichiarano una crescita delle entrate, dal 33% al 39%, sia quelli che segnalano una diminuzione, dal 18% al 22%. La quota di organizzazioni che registra stabilità scende invece dal 49% al 39%.
Non è tanto la fotografia di un settore che “va bene” o “va male”. È la fotografia di una distanza che si allarga. Alcune organizzazioni riescono a intercettare più risorse. Altre ne perdono. Nel mezzo rimane uno spazio di stabilità più piccolo.

La piazza torna, il digitale resta
C’è poi un dettaglio che dice molto sul modo in cui le organizzazioni cercano di incontrare i propri sostenitori.
Nel 2025 gli eventi di raccolta fondi diventano lo strumento più utilizzato: li indica il 50% delle organizzazioni, venti punti in più rispetto al 2024. Seguono banchetti ed eventi negli spazi pubblici, al 42%, e bandi e richieste di finanziamento, al 39%. Potrebbe sembrare un ritorno al passato. Ma allo stesso tempo il digitale continua a crescere. Il 60% delle organizzazioni utilizza strumenti digitali per raccogliere fondi. Il bonifico online è utilizzato dall’82%, i sistemi di pagamento digitale dal 44%, il POS dal 38%, la donazione attraverso il sito dal 35%.

La scena, allora, non è quella di una piazza che sostituisce lo smartphone o dello smartphone che sostituisce la piazza. È una scena molto più contemporanea: la stessa organizzazione deve saper stare in entrambi i luoghi.
Può chiedere una donazione durante una cena e raccoglierla con un QR code. Può incontrare un sostenitore a un banchetto e poi mantenere il rapporto attraverso una newsletter. Può costruire una comunità online e convocarla, qualche mese dopo, a un evento.
La tecnologia cambia il modo in cui si può donare. Non cancella necessariamente il bisogno di relazione.

Anche le imprese entrano, ma non tutte dalla stessa porta
Lo stesso vale per il rapporto con le aziende. Nel 2025 il 51% delle organizzazioni intervistate ha fatto raccolta fondi presso imprese, contro il 37% nel 2024. È un salto significativo.
Ma dietro la media c’è una differenza legata alle dimensioni dell’organizzazione. Tra gli enti con entrate inferiori a 300 mila euro, il 57,4% non ha fatto fundraising con le aziende. Tra quelli di dimensioni maggiori la quota scende al 25%.
La differenza non sembra riguardare soltanto la disponibilità delle imprese. Tra le organizzazioni che non hanno avviato collaborazioni, il 36% indica come ostacolo la mancanza di tempo o risorse interne e il 33% la difficoltà a entrare in contatto con le aziende. Solo il 7% dice di aver presentato uno o più progetti che non sono stati accolti.

Il problema, dunque, può cominciare molto prima della richiesta di denaro: bisogna trovare l’interlocutore, avere il tempo per costruire il rapporto, possedere le competenze per trasformare una buona causa in una proposta di collaborazione.
Il Rapporto dedica a questo tema una riflessione sul passaggio dalla filantropia alla creazione di valore condiviso: una relazione nella quale impresa e organizzazione non si limitano a trasferire risorse, ma provano a condividere obiettivi, competenze e responsabilità.

È una prospettiva ancora lontana dall’essere generalizzata. La forma più diffusa di sostegno aziendale rimane infatti l’erogazione liberale, indicata dall’89% delle organizzazioni che fanno fundraising con le imprese. Le partnership strutturate si fermano al 13%.
Anche qui, dunque, convivono due mondi: quello della donazione e quello della relazione.

E poi c’è una firma
Tra tutti i gesti possibili, il 5 per mille è forse quello più particolare. Non richiede un bonifico, non passa da un banchetto, non presuppone necessariamente un contatto diretto con l’organizzazione. Entra nella dichiarazione dei redditi e si traduce in una scelta.
Nel 2025 le preferenze superano per la prima volta i 18,4 milioni: 18.460.316. Il 61% di chi presenta la dichiarazione dei redditi dichiara di firmare per il 5 per mille. Ma soltanto il 21% fornisce una risposta corretta sul suo funzionamento. E c’è un dato interessante: firmano per il 5 per mille anche più di quattro contribuenti non donatori su dieci.

Il gesto, quindi, può intercettare persone che non si considerano donatrici nel senso tradizionale. Ma anche qui il numero delle scelte non racconta da solo il valore economico del sistema.
Il tetto massimo delle risorse disponibili è stato portato a 610 milioni di euro. Il Rapporto evidenzia il rischio che, aumentando le scelte mentre il plafond resta limitato, il valore economico associato a ciascuna scelta venga compresso.
Il 5 per mille mostra così un’altra trasformazione del dono: una partecipazione può essere molto semplice da compiere, ma non per questo il suo percorso fino al destinatario è semplice.

Il dono non è più un gesto solo
Alla fine, forse, la domanda non è quanto donano gli italiani. O almeno non soltanto. Il Rapporto Noi doniamo 2026 mette davanti agli occhi una sequenza di gesti che fino a qualche anno fa tendevamo a tenere separati: il denaro lasciato a un’associazione, l’aiuto dato direttamente a qualcuno, una firma sulla dichiarazione dei redditi, una competenza offerta gratuitamente, qualche ora di volontariato, un acquisto solidale, la partecipazione a una raccolta fondi.
Per le statistiche sono comportamenti differenti. Per chi li compie possono essere semplicemente modi diversi di partecipare. Ed è forse qui che si trova il cambiamento più interessante.

Il dono non sembra seguire una linea unica. Si sposta tra canali, occasioni e relazioni. Diventa talvolta più piccolo, talvolta più mirato; passa dal contante al digitale, dalla piazza alla dichiarazione dei redditi, dalla donazione individuale alla collaborazione con un’impresa.

E per le organizzazioni cambia di conseguenza anche il lavoro che sta dietro una donazione. Non basta più soltanto farsi conoscere o chiedere una somma. Occorre creare occasioni di incontro, rendere comprensibile l’impatto, mantenere una relazione, costruire fiducia.
Forse il punto non è allora capire se il dono italiano stia crescendo o diminuendo. È capire dove sta andando.

Per approfondire
Istituto Italiano della Donazione, Noi doniamo – IX edizione, 2026
Il Rapporto raccoglie dati Istat, Ipsos Doxa, IID e approfondimenti dedicati alle diverse forme del dono, al rapporto tra cittadini e organizzazioni, al fundraising, alle imprese e al 5 per mille.
Link al Report completo >

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