La fiducia si costruisce. Sostenere e accompagnare comunità sostenibili dal punto di vista delle Fondazioni di Comunità
Negli ultimi anni parole come fragilità, solitudine, polarizzazione e sfiducia sono entrate con forza nel dibattito pubblico. Sempre più spesso le comunità vengono raccontate a partire da ciò che manca: relazioni fragili, partecipazione intermittente, difficoltà nel sentirsi parte di un territorio comune. Eppure, accanto a queste dinamiche, esistono esperienze e soggetti che provano a lavorare nella direzione opposta: costruire legami, attivare partecipazione, generare fiducia.
È anche di questo che ha voluto parlare l’edizione 2026 di Milano Civil Week, dedicata al tema “Insieme. La società della fiducia”. Un invito a riflettere non solo sul valore della solidarietà, ma sulle condizioni concrete che permettono a una comunità di sentirsi tale e di diventare sostenibile nel tempo.
Di Caterina Giacometti
La comunità non è un dato: è una pratica quotidiana
Molti degli studiosi che negli ultimi decenni hanno riflettuto sul tema della comunità condividono un’intuizione semplice ma potente: le comunità non nascono automaticamente dal vivere nello stesso territorio. Esistono quando le persone sviluppano relazioni di fiducia, riconoscimento reciproco e responsabilità condivisa.
Jane Jacobs, sociologa e urbanista statunitense, osservando i quartieri popolari di New York scriveva che “le strade e i marciapiedi, i principali luoghi pubblici di una città, sono i suoi organi più vitali”. Per Jacobs una città funziona quando le persone si incontrano, si vedono, si parlano, imparano a riconoscersi. La sicurezza, la coesione e perfino la qualità della vita urbana nascono da queste interazioni quotidiane, da quelli che lei chiamava gli “eyes on the street”: occhi sulla strada, presenza reciproca, attenzione condivisa.
In questa prospettiva la comunità non è qualcosa di astratto, ma un ecosistema vivo fatto di relazioni ordinarie.
Anche Paulo Freire, noto pedagogista brasiliano, insisteva su un’idea simile, ma da un altro punto di vista: quello della partecipazione. Nel suo celebre Pedagogia degli oppressi scriveva che “nessuno libera nessuno, nessuno si libera da solo: gli uomini si liberano insieme”. Per Freire le persone non costruiscono comunità quando ricevono semplicemente servizi o aiuti, ma quando diventano protagoniste attive dei processi che le riguardano. La partecipazione non è quindi un elemento accessorio, ma una condizione fondamentale per generare cambiamento sociale.
È un’intuizione che ritorna anche nel pensiero di Margaret Wheatley, studiosa dei sistemi complessi applicati alle organizzazioni e alle comunità, secondo cui il vero motore delle trasformazioni collettive non sono le strutture o le organizzazioni, ma la qualità delle relazioni e delle conversazioni. “Le persone sostengono ciò che contribuiscono a creare”, scrive Wheatley, sottolineando come il dialogo e l’ascolto reciproco siano le basi per costruire fiducia e capacità collettiva di affrontare le crisi.
Su questa linea si colloca anche Peter Block, esperto di leadership partecipativa, che definisce la comunità come “la struttura dell’appartenenza”. Per Block una comunità esiste davvero quando le persone smettono di delegare completamente ad altri la soluzione dei problemi e iniziano a sentirsi corresponsabili del territorio che abitano.
In fondo, tutti questi autori convergono su un punto: la fiducia non è un sentimento spontaneo o automatico. È qualcosa che si costruisce nel tempo attraverso esperienze condivise, relazioni concrete, partecipazione e possibilità reali di incidere sulla vita collettiva.
Costruire comunità: il ruolo delle Fondazioni
Nelle interviste raccolte con gli esponenti delle tre Fondazioni Comunitarie di Milano emerge con forza un cambiamento nel modo in cui le Fondazioni di Comunità interpretano oggi il proprio ruolo. Non più soltanto enti che sostengono economicamente progetti e organizzazioni, ma soggetti che cercano di costruire connessioni, facilitare alleanze e rafforzare il capitale sociale dei territori.
“Quando siamo nati eravamo un po’ nelle retrovie”, racconta Anna Poretti, segretaria generale della Fondazione Ticino Olona. “Eravamo percepiti un po’ come un bancomat. Oggi invece sentiamo il bisogno di scendere sul campo, stare nei tavoli, incontrare le persone, costruire relazioni”.
Una trasformazione che emerge anche dalle parole di Pierluca Borali, segretario generale della Fondazione Comunitaria Nord Milano, che descrive le Fondazioni come soggetti impegnati nella costruzione di “welfare di comunità” come strategia concreta per costruire coesione sociale nei territori. Non un welfare pensato soltanto come insieme di servizi, ma come forma di convivenza territoriale fondata su partecipazione, corresponsabilità e collaborazione tra soggetti diversi.
Per la Fondazione Comunitaria Nord Milano questo approccio si traduce in percorsi di co-programmazione e co-progettazione che cercano di affrontare problemi complessi attraverso reti territoriali collaborative. Tra gli esempi citati da Borali c’è il lavoro sul tema del disagio abitativo e dell’housing sociale. Un ambito in cui, spiega, la Fondazione non può incidere da sola in modo strutturale sul mercato della casa, ma può invece lavorare sui processi di accompagnamento educativo e sociale legati all’abitare.
È un passaggio interessante perché mostra bene come le Fondazioni interpretino oggi il proprio ruolo: non sostituirsi alle politiche pubbliche, ma creare condizioni di collaborazione tra enti, servizi e comunità locali per affrontare insieme fragilità condivise.
Anche Filippo Petrolati, direttore della Fondazione di Comunità Milano, utilizza parole simili quando definisce la missione della Fondazione come un lavoro di “costruzione e incremento del capitale sociale territoriale” attraverso alleanze e collaborazioni tra soggetti differenti.
In tutte e tre le interviste emerge quindi una stessa intuizione: le comunità non si rafforzano semplicemente mettendo a disposizione risorse economiche, ma creando le condizioni perché persone e organizzazioni possano incontrarsi, collaborare e riconoscersi parte di uno stesso territorio.
Costruire relazioni, non solo progetti
Nel racconto delle Fondazioni torna continuamente il tema delle relazioni. Non solo come effetto dei progetti, ma come obiettivo vero e proprio del lavoro territoriale.
Per Pierluca Borali, ad esempio, uno degli elementi più importanti è la capacità di costruire “infrastrutturazione sociale”: reti territoriali stabili, luoghi di confronto e alleanze durature che continuino a esistere anche oltre il singolo finanziamento. È una prospettiva che si traduce concretamente nei progetti sostenuti dalla Fondazione Comunitaria Nord Milano. Dalle comunità educanti agli hub territoriali, fino ai percorsi di coprogettazione nei quartieri, il lavoro della Fondazione punta a creare spazi di prossimità dove cittadini, scuole, associazioni e istituzioni possano collaborare stabilmente.
Nel territorio del Nord Milano, segnato da profonde trasformazioni urbane e sociali, questa attenzione alle reti appare particolarmente significativa. La Fondazione racconta infatti la necessità di costruire luoghi “ibridi”, capaci di tenere insieme cultura, welfare, educazione e partecipazione civica. Non semplici sportelli o servizi, ma spazi dove si generano relazioni e senso di appartenenza.
Anche Fondazione Ticino Olona insiste molto sul tema della prossimità territoriale e del fare comunità attraverso esperienze condivise. Nel racconto di Anna Poretti emerge una forte attenzione al coinvolgimento diretto delle persone e alla costruzione di legami tra soggetti che normalmente non si incontrano. Un esempio molto evocativo è il festival “Uno Stradivari per la gente” promosso dalla Fondazione, che ha portato concerti di musica classica prima nelle abbazie e nei luoghi storici del territorio e poi direttamente dentro le fabbriche. Operai, famiglie, cittadini e imprenditori si sono ritrovati insieme ad ascoltare uno Stradivari in un magazzino industriale.
È un’immagine potente, perché racconta bene una delle intuizioni che attraversano tutto il lavoro delle Fondazioni: la cultura può diventare uno strumento di costruzione comunitaria, capace di generare incontri inattesi e creare nuove forme di vicinanza.
Allo stesso modo, Fondazione di Comunità Milano descrive il proprio ruolo come quello di un soggetto capace di “mettere a fattor comune” energie diverse presenti nella città. Nel racconto di Petrolati colpisce soprattutto la varietà dei soggetti coinvolti: grandi imprese, volontari, giovani associazioni, cittadini, reti sociali, enti pubblici. “Cittadine e cittadini hanno risorse specifiche, la finanza ne ha altre, le cooperativa sociali altre ancora”, racconta, spiegando come la Fondazione costruisca interventi e strumenti capaci di canalizzare queste energie verso obiettivi comuni.
Giovani, cultura e prossimità: parole che costruiscono comunità
Molti dei progetti raccontati nelle interviste condividono un elemento comune: non si limitano a rispondere a un bisogno, ma cercano di attivare protagonismo e partecipazione.
È il caso della “Città dei Giovani”, promossa dalla Fondazione di Comunità Milano insieme a Fondazione Alia Falck, Fondazione De Agostini e Fondo Claudio De Albertis. Il progetto ha portato alla creazione di sette spazi oggi gestiti da under 35. Non semplici centri aggregativi, ma luoghi dove i giovani possono sperimentare produzione culturale, formazione, socialità e cittadinanza attiva. “Sono spazi dove crescere in una dimensione collettiva e non individuale”, racconta Petrolati.
Sempre sul protagonismo giovanile si muove anche il progetto “YouthBank”, che coinvolge persone sotto i 24 anni dell’hinterland milanese nella gestione diretta di risorse economiche destinate a progetti ideati da loro coetanei. Un’esperienza che sostiene e legittima la capacità delle ragazze e dei ragazzi che si impegnano per il bene comune.
Nel Nord Milano, invece, il lavoro sulle comunità educanti e sugli spazi di quartiere raccontato da Borali si concentra molto sul tema della corresponsabilità territoriale. L’idea è che scuole, famiglie, associazioni e servizi possano diventare parte di una stessa rete educativa diffusa, capace di affrontare insieme fragilità sociali, povertà educative e isolamento.
In questo senso, i progetti sostenuti dalla Fondazione Comunitaria Nord Milano cercano di lavorare contemporaneamente su più livelli: creare opportunità concrete per le persone, ma anche rafforzare le connessioni tra i soggetti che abitano il territorio. Una modalità di lavoro che prova a superare la frammentazione degli interventi sociali costruendo collaborazioni più stabili e continuative.
Anche Fondazione Ticino Olona insiste molto sulla dimensione partecipativa dei progetti. Un esempio significativo è quello della piantumazione collettiva di alberi in un viale di Cuggiono: un intervento ambientale che ha coinvolto bambini, famiglie, anziani e cittadini del quartiere e dove la sostenibilità ambientale si è intrecciata chiaramente con quella sociale: prendersi cura di uno spazio pubblico diventa occasione per rafforzare legami, senso di appartenenza e partecipazione.
Cosa significa oggi “sostenibilità comunitaria”
Quando si parla di sostenibilità, il pensiero corre spesso ai temi ambientali. Nelle interviste alle Fondazioni di Comunità emerge però una visione più ampia e profondamente sociale della sostenibilità.
Una comunità sostenibile, raccontano gli intervistati, è prima di tutto una comunità che riesce a durare nel tempo senza consumare le proprie relazioni. Una comunità che costruisce legami, reti e modalità collaborative capaci di continuare anche oltre la conclusione di un progetto.
“Cerchiamo sempre di fare in modo che i progetti non nascano e muoiano”, racconta Anna Poretti. “L’obiettivo è lasciare qualcosa che rimanga: un modo di lavorare insieme, delle competenze, delle relazioni”.
È un passaggio importante, perché sposta il focus dal progetto come intervento temporaneo alla comunità come processo sociale continuo. La sostenibilità non coincide soltanto con la capacità economica di mantenere un’iniziativa, ma con la possibilità che quell’esperienza generi fiducia, collaborazione e capacità collettiva di attivarsi nel tempo.
Anche Borali insiste molto sulla continuità dei processi territoriali e sulla necessità di costruire alleanze durature. Nel racconto della Fondazione Comunitaria Nord Milano, la sostenibilità passa dalla capacità di mettere in rete soggetti diversi e di creare spazi permanenti di collaborazione territoriale. Per questo le comunità educanti, gli hub territoriali e i percorsi di coprogettazione sostenuti dalla Fondazione non vengono pensati come esperienze isolate, ma come tasselli di un ecosistema territoriale più ampio, capace di rafforzarsi progressivamente nel tempo.
Anche Fondazione di Comunità Milano lega fortemente il tema della sostenibilità alla partecipazione. “Più i processi sono partecipati, più sono sostenibili”, sottolinea Petrolati. Coerentemente, molti dei progetti sostenuti cercano di coinvolgere direttamente le persone non soltanto come beneficiari, ma come soggetti attivi nella costruzione delle iniziative.
Lo stesso festival “Essenza di comunità”, promosso in questi giorni dalla Fondazione di Comunità Milano, nasce proprio con l’obiettivo di costruire una riflessione pubblica diffusa sul significato contemporaneo del fare comunità. Incontri, laboratori, dialoghi nei quartieri e momenti culturali pensati non come eventi isolati, ma come occasioni per generare conversazioni e connessioni durature nella città (per info: Essenza di Comunità FCM ).
Lo stesso accade nei percorsi culturali raccontati da Fondazione Ticino Olona. Il festival musicale nelle fabbriche mostra come anche la cultura possa diventare uno strumento di sostenibilità comunitaria: creare spazi di incontro, generare relazioni tra persone che normalmente non si incontrano, costruire senso di appartenenza attraverso esperienze condivise.
La sostenibilità di cui parlano le Fondazioni ha quindi molto a che fare con la capacità di un territorio di continuare a produrre fiducia nel tempo. Non soltanto progetti che funzionano, ma comunità che imparano a collaborare stabilmente.
Dalla solidarietà straordinaria alla cura quotidiana
Le esperienze raccontate dalle Fondazioni di Comunità convergono su una sfida comune: trasformare la solidarietà straordinaria delle emergenze in una pratica quotidiana e stabile. La pandemia, ricordano tutti gli intervistati, ha rappresentato un momento in cui le persone si sono sentite improvvisamente parte di una stessa fragilità collettiva. “Davanti a qualcosa che colpiva tutti”, racconta Petrolati, “si è riscoperto un grandissimo senso di comunità e solidarietà”.
Ma la vera sfida oggi è non disperdere quella capacità di attivazione. Per questo le Fondazioni parlano sempre più di prossimità, presenza e fiducia. Una fiducia che non si costruisce soltanto attraverso bandi o finanziamenti, ma attraverso relazioni concrete, ascolto e continuità.
“Bisogna accompagnare la solidarietà”, dice ancora Petrolati. “Capire qual è lo strumento giusto perché ciascuno possa fare la propria parte”. Ed è forse questa la direzione più interessante: passare da una logica dell’intervento a una logica della cura continuativa delle comunità.
“Ci auguriamo”, conclude Petrolati, “che la voglia di solidarietà e partecipazione non emerga solo nei momenti straordinari, ma diventi una pratica ordinaria della città”.
In fondo, è forse questa la definizione più concreta di comunità sostenibile: un territorio in cui le persone riescono, giorno dopo giorno, a sentirsi parte di un “noi”.

