La seconda età della cittadinanza
Sempre più ricerche internazionali mostrano che l’impegno civico dopo i 65 anni migliora il benessere psicologico, sostiene le funzioni cognitive e rafforza le relazioni sociali.
di Elisabetta Bianchetti, da VDossier
C’è una scena che si ripete tra Boston e Londra, tra i sobborghi del Michigan e le città europee. Non cambia molto nei dettagli: una sala parrocchiale, un centro civico, una biblioteca di quartiere. Cambia invece ciò che la ricerca scientifica oggi sta iniziando a vedere in quelle stanze. Non più solo luoghi di solidarietà, ma ambienti dove si misura — quasi silenziosamente — la qualità dell’invecchiamento.
Per decenni il volontariato è stato raccontato come un gesto sociale. Oggi entra sempre più spesso nei database della salute pubblica, della geriatria, dell’epidemiologia. Non perché sostituisca le cure mediche, ma perché sembra incidere su qualcosa di più profondo: il modo in cui si attraversa l’età avanzata. E i nomi che ricorrono non sono marginali: Harvard School of Public Health, University of Michigan, Yale, Oxford, University College London. È lì che si concentra una parte significativa degli studi sull’invecchiamento attivo.
Il paradigma dell’invecchiamento attivo
Il concetto di invecchiamento attivo si è affermato ormai da oltre vent’anni nel dibattito internazionale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità lo definisce come il processo che permette di ottimizzare le opportunità di salute, partecipazione e sicurezza con l’avanzare dell’età.
In questa prospettiva, l’allungamento della vita non è più interpretato soltanto come una sfida demografica, ma anche come una possibilità sociale: quella di valorizzare competenze, esperienze e capacità relazionali che restano attive ben oltre l’età del pensionamento.
Il volontariato rappresenta una delle forme più diffuse e concrete di questa partecipazione. Non è un’attività occasionale, ma spesso una presenza stabile nella vita quotidiana di molte persone over 65. Ed è proprio questa continuità che ha attirato l’attenzione dei ricercatori.
Cosa dicono le grandi ricerche internazionali
Negli ultimi anni la letteratura scientifica su volontariato e invecchiamento si è ampliata notevolmente, coinvolgendo alcune delle principali università e istituzioni di ricerca. Studi provenienti da centri come Harvard T.H. Chan School of Public Health, Yale University, University of Oxford, University College London e University of Michigan hanno analizzato il rapporto tra partecipazione sociale e salute nella popolazione anziana.
Molte di queste ricerche si basano su grandi studi longitudinali, che seguono le persone per anni o decenni. Uno dei più importanti è l’Health and Retirement Study, un ampio progetto statunitense che monitora nel tempo condizioni di salute, lavoro e partecipazione sociale di decine di migliaia di persone sopra i 50 anni.
Le analisi mostrano una tendenza ricorrente: chi svolge attività di volontariato con regolarità tende a mantenere più a lungo alcune funzioni cognitive e livelli più elevati di benessere psicologico. Non significa che il volontariato sia una “cura”, ma che rappresenta un contesto favorevole per mantenere attive competenze e relazioni.
Anche in Europa risultati simili emergono da grandi archivi sanitari come UK Biobank, che raccoglie dati su centinaia di migliaia di cittadini britannici. Qui l’impegno in attività sociali strutturate, tra cui il volontariato, risulta associato a migliori prestazioni cognitive e a una maggiore partecipazione alla vita comunitaria.
Le conclusioni della letteratura scientifica convergono su un primo dato: chi svolge attività di volontariato in età avanzata presenta, in media, livelli più alti di benessere psicologico e una minore incidenza di depressione. Non si tratta solo di “sentirsi utili”. Il fenomeno è più strutturale: il volontariato sembra agire su almeno tre livelli intrecciati — relazionale, cognitivo e corporeo.
Sul piano sociale, rompe la traiettoria più insidiosa dell’età anziana: la contrazione delle relazioni. Dopo il pensionamento, la rete quotidiana si restringe. Il volontariato riapre canali: nuovi nomi, nuovi contesti, nuove responsabilità leggere ma costanti. In diversi studi longitudinali, questa riattivazione delle connessioni sociali è associata a una riduzione del rischio di isolamento e solitudine, due fattori oggi considerati determinanti per la salute tanto quanto la pressione arteriosa o il colesterolo.
Poi c’è il livello cognitivo. Qui la ricerca degli ultimi anni è diventata più precisa. Non parla più genericamente di “mente attiva”, ma di stimolazione esecutiva: prendere decisioni, gestire imprevisti, ricordare informazioni, adattarsi a contesti nuovi. In altre parole, il volontariato funziona come un esercizio cognitivo incorporato nella vita reale. Alcune review recenti evidenziano associazioni positive tra attività volontaria e funzioni come memoria, attenzione e fluidità verbale negli over 65, anche se con intensità variabile a seconda del livello di istruzione e del contesto sociale.
Il terzo livello è il corpo, spesso il più sottovalutato. Il volontariato non è ginnastica, ma raramente è sedentarietà pura. Spostarsi, uscire, salire su un autobus, organizzare attività, partecipare a incontri: tutto questo aumenta indirettamente il livello di movimento quotidiano. Diversi studi osservazionali mostrano una correlazione tra attività volontaria e maggiore autonomia funzionale nelle attività della vita quotidiana. Non è un effetto spettacolare, ma è esattamente quello che conta nell’invecchiamento: la tenuta nel tempo.
A questo punto la ricerca si è spinta oltre, cercando non solo associazioni ma meccanismi. Alcuni studi ipotizzano che il volontariato possa influenzare anche indicatori biologici legati all’infiammazione cronica e allo stress, due processi chiave nell’invecchiamento. Altri hanno osservato possibili effetti su marcatori di “invecchiamento accelerato”, aprendo una frontiera ancora in esplorazione: quella in cui la partecipazione sociale non è soltanto benessere percepito, ma variabile biologica.
Resta però un nodo cruciale, che la letteratura scientifica non nasconde: la direzione della causalità. Chi sta meglio tende anche a fare volontariato con maggiore facilità. La domanda quindi non è soltanto se il volontariato faccia bene, ma quanto e per chi. Per questo la ricerca più recente privilegia studi longitudinali, che seguono le persone nel tempo, cercando di separare selezione e effetto reale.
In mezzo a questa complessità, emerge però un’idea semplice, quasi ostinata. Il volontariato, nell’età anziana, non è solo un modo per “dare indietro”. È un dispositivo sociale che tiene insieme tre dimensioni dell’esistenza: il legame con gli altri, la tenuta della mente, la continuità del corpo. Non risolve l’invecchiamento, ma ne modifica la traiettoria.
E forse è proprio qui che la ricerca incontra la vita quotidiana: non nell’idea di aggiungere anni alla vita, ma di aggiungere presenza agli anni.
Studi e ricerche principali
Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS)
Active Ageing Framework
https://iris.who.int/items/46476232-b305-47b4-ab28-e3931607c70c
SHARE – Survey of Health, Ageing and Retirement in Europe
European longitudinal study on ageing and social participation
https://share-eric.eu/
ELSA – English Longitudinal Study of Ageing (UK)
https://www.elsa-project.ac.uk/
Health and Retirement Study (USA)
https://hrs.isr.umich.edu/
Thomas Morgan and Sara Elder (2025)
Volunteer work among older persons – Trends and policy implications for ageing societies
https://www.ilo.org/publications/volunteer-work-among-older-persons-trends-and-policy-implications-ageing
Karen Gan, Amberyce Ang (2024)
How is the Frequency of Volunteering Associated with the Well-Being of Older Adults?: A Mini Review
https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2950307824000213?via%3Dihub
Sharifi et al. (2024)
The relationship between volunteering and cognitive performance in older adults: systematic review
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37976560/
Lee et al. (2024)
Working, Volunteering and Leisure Activities and Cognitive Function in Older Adults
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/
Villalonga-Olives E. et al. (2023)
Longitudinal impact of volunteering on cognitive functioning of older adults (HRS)
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37545782/
Keefer A. et al. (2023)
Does Voluntary Work Contribute to Cognitive Performance? – An International Systematic Review
https://www.dovepress.com/does-voluntary-work-contribute-to-cognitive-performance–an-internatio-peer-reviewed-fulltext-article-JMDH
Wang et al. (2022)
Associations between volunteering and cognitive impairment: moderating role of race/ethnicity
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/35599382/
Kirk I. Erickson et al. (2022)
Cognitive Aging and the Promise of Physical Activity
https://www.annualreviews.org/content/journals/10.1146/annurev-clinpsy-072720-014213
McMahon et al. (2021)
Community-based intervention effects on older adults’ physical activity and falls
https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC8266260/
Michelle I. Jongenelis et al. (2021)
Aspects of formal volunteering that contribute to favourable psychological outcomes in older adults
https://link.springer.com/article/10.1007/s10433-021-00618-6
Sul portale VDossier lo speciale sulla partecipazione sociale dei nuovi senior. Una ricerca svolta dall’Osservatorio Senior con la partecipazione di CSVnet e Csv Milano racconta come è vista e agita la vita attiva dopo il ritiro dal mondo del lavoro. Il volontariato è un’opzione vitale, da promuovere e coltivare.
