L’aiuto non basta. Il diritto al cibo è un’altra cosa
Distribuire alimenti risponde a un bisogno urgente. Ma la povertà alimentare racconta anche la perdita della libertà di scegliere, le disuguaglianze e le relazioni che si spezzano. Per trasformare l’aiuto in un diritto servono alleanze territoriali, volontariato capace di fare rete e Terzo settore in grado di portare le cause della povertà al centro delle decisioni pubbliche.
di Cinzia Migani, direttora di Volabo, il Centro di servizio per il volontariato di Bologna
Riflettere sul contrasto alla povertà alimentare porta inevitabilmente a mettere intorno allo stesso tavolo persone, istituzioni e organizzazioni molto diverse. Lo si tocca con mano leggendo i contributi di questo speciale, che mostrano come la povertà alimentare non si riduca a una carenza di cibo: riguarda anche le relazioni, la libertà di scegliere, la possibilità di partecipare alla vita della comunità senza stigma né vergogna. È una questione di giustizia sociale, di dignità, di coesione democratica. Intorno a quel tavolo siedono, in modi diversi, due attori che meritano uno sguardo particolare: gli enti del Terzo settore e i centri di servizio per il volontariato (Csv).
Gli enti del Terzo settore hanno una storia profondamente legata ai territori e agli ambiti d’azione in cui operano, e sono stati spesso pionieri nella costruzione di risposte insieme agli enti religiosi. Senza di loro è difficile fare innovazione sociale trasformativa. Attorno al cibo, il volontariato e le comunità locali costruiscono relazioni di prossimità, ascolto senza giudizio e percorsi di autodeterminazione: processi pensati non solo per rispondere a un bisogno immediato, ma per restituire alle persone competenze, fiducia e risorse concrete per riprendere in mano le proprie scelte di vita. Una vera trasformazione, però, richiede anche altro: il tempo di riflettere sulle cause strutturali che costringono milioni di persone a vivere in povertà alimentare e la capacità di portarle all’attenzione di chi decide. È la funzione di advocacy, cioè di rappresentanza e di sollecitazione delle istituzioni, che il Terzo settore ha esercitato con forza in passato. Ma l’urgenza quotidiana spinge ad agire, e il fare, per quanto prezioso, non sempre lascia spazio a questa funzione.
È anche in questo spazio di riflessione e di connessione che si colloca il lavoro dei Csv. Il loro lavoro non si esaurisce nei servizi diretti al volontariato e agli enti del Terzo settore, che restano fondamentali: altrettanto importante è stare nei territori, far incontrare soggetti diversi, costruire collaborazioni. È anche così che i Csv possono ricordare agli enti del Terzo settore che, accanto al fare, resta importante esercitare in prima persona quella funzione di advocacy: portare nel dibattito pubblico ciò che si vede ogni giorno sui territori. Raccontare l’impatto di questo lavoro non è sempre immediato, ma il contrasto alla povertà alimentare e allo spreco offre esempi concreti. Qui i Csv svolgono un ruolo importante sul piano organizzativo, strategico e culturale: facilitano alleanze fra Terzo settore, enti locali, realtà religiose e mondo economico, sostengono la nascita degli empori solidali, accompagnano percorsi di ricerca e di advocacy a livello nazionale. Soprattutto, ribadiscono che la tutela del bene comune passa dalla salvaguardia del capitale sociale e dei beni relazionali, indispensabili per superare la frammentazione di politiche pubbliche ancora troppo spesso organizzate «a silos».
Quando il fare si salda alla riflessione e alla capacità di farsi ascoltare da chi decide, le alleanze nate sui territori smettono di essere risposte isolate e diventano reti stabili, consapevoli che l’aiuto da solo non basta. Ne nasce la sfida più importante: affermare il diritto al cibo. Il diritto al cibo non può più essere confinato nella risposta emergenziale o nella sola distribuzione di aiuti materiali, ma deve diventare un principio di cittadinanza garantito, fondato sull’accesso universale a un’alimentazione adeguata, sana, sicura e dignitosa.
Garantire questo diritto significa guardare oltre il cibo: la povertà alimentare appare come il punto in cui emerge una vulnerabilità economica e sociale più ampia. Si apre allora una domanda sul ruolo dei CSV: come possono contribuire a riportare al centro della discussione pubblica i temi storicamente cari al Terzo settore – il diritto all’abitare, all’istruzione, alla salute, il dialogo fra culture – collegando il volontariato con l’economia sociale e le istituzioni locali, per costruire comunità più solidali?
Forse la strada passa dal coinvolgere, come compagne di viaggio, le organizzazioni che animano il welfare culturale; forse dal coltivare l’ambizione di far dialogare lo sguardo del sociale, attento a interventi su misura, con quello universalistico della salute. Sono patrimoni da custodire con cura, perché alimentano e proteggono la nostra democrazia, il bene comune e la dignità di ogni persona
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