Welfare, clima, sicurezza: gli italiani non scelgono
Di fronte a tre crisi che sembrano contendersi le stesse risorse, il problema non è soltanto quanto spendere. È come costruire comunità capaci di affrontare insieme i rischi. Il 2026, Anno internazionale dei volontari per lo sviluppo sostenibile, offre una chiave inattesa: la capacità collettiva.
di Elisabetta Bianchetti, da VDossier
C’è un momento, durante una crisi, in cui il problema non è ancora l’emergenza. È qualche minuto prima.
Quando bisogna capire se il sistema reggerà: se l’ospedale continuerà a funzionare, se arriverà l’acqua, se qualcuno avrà avvertito la persona anziana che vive sola, se la rete elettrica tornerà, se ci sarà qualcuno capace di distinguere una notizia vera da una falsa. La sicurezza, in quel momento, è la rete. Una persona che chiama un’altra persona. Un volontario che conosce il quartiere. Un’associazione che sa dove sono le fragilità. Un Comune che ha già costruito relazioni prima che servissero. Una comunità che non deve cominciare a conoscersi proprio quando arriva la crisi.
È questo il punto cieco del dibattito europeo sulla sicurezza: quanto costa proteggerci? E se la domanda fosse anche un’altra: quanta capacità abbiamo costruito per proteggerci insieme?
Nel Terzo Barometro eco-sociale, Maurizio Ferrera parte da un problema, welfare, transizione ecologica e difesa sembrano contendersi le stesse risorse pubbliche, ma quando agli italiani viene chiesto di scegliere, la risposta è netta: non vogliono farlo. Il 62,8% non accetterebbe che la spesa sociale fosse ridotta per finanziare la difesa. È la percentuale più alta tra i 19 Paesi europei analizzati. Solo l’11,2% sarebbe favorevole. Sul fronte ambientale, il 49,7% si oppone all’idea di dare priorità alla transizione energetica e alla protezione ambientale a scapito della spesa sociale. Il 37,3% resta neutrale e appena il 13% accetterebbe il sacrificio.
Quando poi entra in scena un fondo comune europeo, il rifiuto aumenta: 51,5% contro un sacrificio del welfare per finanziare la sostenibilità; 71,4% contro lo stesso sacrificio per la difesa. È qui che la parola trade-off smette di essere un tecnicismo economico. Diventa una domanda politica: che cosa siamo disposti a perdere per sentirci più sicuri? La risposta degli italiani sembra essere: non la protezione sociale. Ma allora come si tiene insieme tutto il resto?
Il triangolo impossibile
Il Terzo Barometro fotografa una società che non è indifferente ai nuovi rischi. È, piuttosto, una società che sta diventando stanca dei rischi. Nel 2025 il 70% degli italiani si dichiarava preoccupato per il cambiamento climatico. Tre anni prima era l’82%: dodici punti in meno. Non è un fenomeno soltanto italiano. Il rapporto rileva una diminuzione della salienza del clima e della guerra in diversi Paesi europei e parla di una progressiva “normalizzazione del rischio”: quando una minaccia dura abbastanza a lungo senza colpirci direttamente, finiamo per incorporarla nella normalità. Il cambiamento climatico è lento. La guerra è relativamente lontana. Le minacce ibride sono spesso invisibili. E intanto altre urgenze prendono il loro posto.
In Italia, nel sondaggio condotto da YouGov per il progetto SOLID , nella primavera 2025, il primo problema indicato è la sanità e il sistema sanitario pubblico, con il 30%. Seguono l’aumento dei prezzi e l’inflazione, con il 26,1%, e la situazione economica, con il 20,4%. È un dato decisivo per capire perché gli italiani non siano disponibili a spostare risorse dal welfare verso altri obiettivi. La sicurezza sociale non è percepita come un lusso da tempi migliori. È una sicurezza concreta, quotidiana. La sanità, il reddito, la protezione sociale sono già qui. Il cambiamento climatico e la guerra, invece, appartengono spesso a un futuro che facciamo fatica a immaginare. Eppure, quando si guarda all’Europa, la prospettiva cambia. Gli italiani chiedono un ruolo più attivo dell’Unione soprattutto sul welfare, ma anche su ambiente e clima, difesa ed economia. Il 66% vorrebbe un ruolo europeo più forte sul welfare; il 60% sull’ambiente e il clima; il 59% sulla difesa. È come se il messaggio fosse: non toglieteci protezione; costruite piuttosto una protezione più grande.

I “left behind” non vogliono pagare due volte
Dietro quel 49,7% e quel 62,8% non c’è un’opinione uniforme. La resistenza al sacrificio del welfare è maggiore tra chi ha meno margini per assorbirlo. Nel caso della transizione ambientale, il 53,8% degli over 55 è contrario a ridurre la spesa sociale, contro il 34,3% dei 15-34enni. Tra gli studenti i favorevoli a privilegiare la spesa ambientale arrivano al 38%, mentre tra i pensionati scendono al 9,9%. Conta anche la condizione economica: è contrario il 55,9% di chi vive in grande difficoltà, contro il 48,8% di chi dichiara di vivere comodamente.
Ferrera definisce queste persone left behind: coloro che dipendono maggiormente dalle prestazioni sociali e che possono temere che uno spostamento delle priorità verso la transizione verde peggiori ulteriormente la loro condizione.
La stessa dinamica emerge sul terreno della difesa. Tra gli over 55 il 66,8% non accetta che la difesa abbia la priorità sul welfare. Tra i 15-34enni la quota scende al 49,6%. Nel Sud e nelle Isole il dissenso arriva al 64,4%. Tra i pensionati è il 66,9%.
Non è quindi semplicemente una società divisa tra pacifisti e sostenitori del riarmo, né tra ambientalisti e scettici. È anche una società divisa tra chi sente di avere qualcosa da perdere e chi sente di avere più margine per cambiare priorità.
Ed è proprio qui che la retorica del sacrificio rischia di fallire. Dire «servono sacrifici» a chi vive già una condizione fragile significa chiedergli di rinunciare a una sicurezza concreta in nome di una sicurezza futura.
Il problema non è convincerlo che il rischio esiste. È mostrargli che la risposta al rischio non comporterà necessariamente una perdita di protezione.
Il punto non è scegliere tra burro e cannoni
Ferrera usa una vecchia metafora del dibattito pubblico: butter or guns, burro o cannoni. Ma il suo rapporto prova a scardinare proprio questa alternativa. Il triangolo welfare-clima-difesa può essere affrontato attraverso quattro agende: eco-sociale, clima e sicurezza umana, resilienza civile, competitività e crescita. Quest’ultima dovrebbe produrre le risorse necessarie per sostenere le altre tre.
L’agenda eco-sociale, per esempio, parte da un principio semplice: la transizione non può essere costruita scaricandone i costi sui più vulnerabili. Il Green Deal europeo ha già incorporato questo principio attraverso misure di compensazione, formazione, riqualificazione e contrasto alla povertà energetica. Dal 2026, inoltre, il Social Climate Fund è destinato a sostenere gli Stati membri proprio nelle misure contro la povertà energetica.
Il messaggio è importante: la sostenibilità non deve essere soltanto verde. Deve essere anche sociale. E la sicurezza non deve essere soltanto militare.
Una nuova idea di sicurezza
È qui che il rapporto compie il passaggio più interessante. La sicurezza contemporanea non coincide più soltanto con la difesa dei confini. Guerre ibride, attacchi alle infrastrutture critiche, disinformazione, cyberattacchi, eventi climatici estremi e crisi sanitarie hanno allargato il campo.
Un attacco informatico può bloccare una rete idrica. Un’alluvione può interrompere una strada, isolare un quartiere, mettere sotto pressione un ospedale. Una campagna di disinformazione può indebolire la fiducia nelle istituzioni senza che sia sparato un colpo.
Il Terzo Barometro parla quindi di sicurezza umana: un paradigma che considera la resilienza della società nel suo insieme come parte della capacità di difesa. È un cambio di prospettiva importante. La domanda non è più soltanto: «Quante armi abbiamo?». Ma anche: «Quanto è capace una società di continuare a funzionare quando qualcosa si rompe?».
La parola che cambia tutto: resilienza
Nella strategia della resilienza civile, il rapporto introduce una definizione che sembra quasi scritta per descrivere una comunità. Una società resiliente è capace di attingere a tutti gli elementi della società per resistere a shock gravi, riprendersi, imparare e adattarsi, proteggere la popolazione e garantire la continuità dei servizi essenziali. E quegli “elementi” non sono soltanto le istituzioni. Sono individui, organizzazioni della società civile, imprese private e istituzioni pubbliche.
Ma c’è qualcosa di ancora più interessante: la resilienza non dipende solo da infrastrutture e tecnologie. Dipende dalla qualità dei legami sociali e dalla fiducia tra le persone e tra persone, società civile e istituzioni.
Eccolo, il punto di contatto con il volontariato. Non un esercito di persone da mobilitare quando tutto è già successo. Una rete di relazioni da costruire prima.
Il volontariato non arriva dopo la crisi
Pensiamo a un’alluvione. La prima immagine è quella dei soccorsi: Vigili del fuoco, Protezione civile, mezzi, elicotteri, volontari con gli stivali. Ma prima ancora che arrivino i mezzi, qualcuno deve sapere chi manca.
Chi vive al terzo piano senza ascensore. Chi non può uscire di casa. Chi ha bisogno di farmaci. Chi non parla bene la lingua. Chi non guarda il sito del Comune. Chi vive solo. La preparedness comincia lì.
Il volontariato organizzato può conoscere queste informazioni non perché disponga di una tecnologia più sofisticata, ma perché frequenta i territori. Questa è una forma di capitale civile difficile da contabilizzare, ma decisiva quando una crisi mette alla prova le infrastrutture materiali. E non è una lettura soltanto teorica.

Nel nuovo paradigma europeo della preparedness, le organizzazioni della società civile sono esplicitamente chiamate in causa nella costruzione della consapevolezza pubblica. La strategia europea prevede anche una European Preparedness Day, con partecipazione volontaria dei cittadini a iniziative di addestramento, e piani per la mobilità territoriale del personale in caso di crisi che includono i volontari.
La Commissione europea considera oggi la preparazione una responsabilità nazionale e condivisa, che richiede una capacità maggiore dell’Unione di sostenere gli Stati membri. La direzione è dunque abbastanza chiara. La sicurezza non è più soltanto una funzione delle istituzioni. È una capacità distribuita.
Il paradosso del «kit di sopravvivenza»
La difficoltà è che preparare le persone alla crisi può produrre, paradossalmente, altra paura. A marzo 2025 la Commissione europea ha diffuso un video sul cosiddetto “kit di sopravvivenza” domestico. Nei Paesi nordici non rappresentava una particolare novità. In Italia, invece, quasi metà di coloro che lo hanno visto lo hanno giudicato allarmistico; più di un terzo ha dichiarato di non averne compreso il significato.
È un piccolo episodio, ma racconta bene il problema. Dire alle persone che il mondo è pericoloso non basta.
Può perfino produrre l’effetto contrario: ansia, rifiuto, fatalismo. La comunicazione efficace deve fare un’altra cosa: dire che il rischio esiste e contemporaneamente mostrare che cosa possiamo fare per affrontarlo. È qui che il volontariato può avere un vantaggio narrativo prima ancora che operativo. Perché il volontariato non comunica soltanto il rischio. Comunica la possibilità di agire.
La preparedness passa dalle comunità
La Svezia ha trasformato questo principio in una vera politica di total defence. Tra i 16 e i 70 anni, le persone possono essere chiamate a contribuire al funzionamento della società in caso di minaccia: nei trasporti, nella sanità, nelle scuole e in altri servizi. Ai cittadini è chiesto inoltre di poter affrontare autonomamente alcuni giorni, fino a una settimana, garantendo cibo, acqua, riscaldamento e accesso alle informazioni. In Finlandia il riferimento è ancora più preciso: 72 ore di autosufficienza.
Ma il dato forse più interessante è un altro: ai rappresentanti delle organizzazioni della società civile, oltre che a parlamentari, dirigenti d’impresa, giornalisti e docenti universitari, è incentivata la partecipazione ai corsi di National Defense. Non perché una organizzazione debba diventare un corpo militare. Al contrario. Perché la resilienza di un Paese dipende dalla capacità di far dialogare istituzioni e società. È esattamente ciò che il Terzo Barometro definisce come combinazione di risposte top-down e bottom-up.
Il 2026 può essere l’anno in cui cambiare domanda
È qui che l’Anno internazionale dei volontari per lo sviluppo sostenibile smette di essere una ricorrenza. L’obiettivo è riconoscere il volontariato come una forza significativa per raggiungere l’Agenda 2030 e, soprattutto, integrarlo nella pianificazione dello sviluppo. Non è la prima volta che le Nazioni Unite dedicano un anno al volontariato. Ma questa volta il contesto è diverso.
Nel mondo ci sono circa un miliardo di volontari secondo UN Volunteers; circa il 70% opera in forme informali, direttamente nelle proprie comunità, mentre il 30% attraverso organizzazioni formali. Il volontariato, dunque, non è una nicchia. È una delle forme attraverso cui le società si organizzano.
L’ONU chiede agli Stati di riconoscere e misurare il contributo dei volontari agli SDGs, integrare il volontariato nei piani nazionali di sviluppo, rimuovere disuguaglianze e rischi che possono ostacolare la partecipazione e sviluppare nuove forme di volontariato.
È un passaggio importante: dalla celebrazione all’integrazione. Non soltanto dire che i volontari sono preziosi. Chiedersi dove inserirli nelle politiche pubbliche.
Non sostituire lo Stato. Rafforzare la società
Qui occorre però evitare un equivoco. Il volontariato non può diventare il modo elegante per fare con meno risorse ciò che dovrebbe essere garantito dalle istituzioni. Non può sostituire la sanità pubblica, la Protezione civile, le infrastrutture e non può essere chiamato a coprire indefinitamente i vuoti di welfare.
E proprio il Terzo Barometro suggerisce un’altra strada: la resilienza civile funziona quando mette insieme istituzioni pubbliche, imprese, organizzazioni della società civile e cittadini. Il volontariato, quindi, non è una scorciatoia per spendere meno. È un modo per far funzionare meglio ciò che una società possiede già: conoscenza, competenze, relazioni, fiducia. Questa è una differenza sostanziale.
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