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Oltre il numero, oltre la paura: l’Italia che reagisce alla violenza di genere

CSV Milano2025-11-28T11:27:19+01:00
Pubblicato il
24/11/2025
Di CSV Milano
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La violenza di genere in Italia non è solo un fenomeno da misurare, ma un racconto collettivo fatto di volontari, associazioni, cittadine e cittadini che ogni giorno si organizzano per prevenire, accogliere, proteggere. Dagli ultimi dati Istat ai Centri Antiviolenza, dal 1522 alle azioni territoriali, ecco come il Paese affronta una delle sue sfide più profonde

di Elisabetta Bianchetti, da VDossier

La prima voce è quasi sempre un soffio: «Pronto…?» Dall’altro capo del 1522, la volontaria aspetta. Conosce quel silenzio: è il varco tra la paura e la possibilità di salvarsi. A volte la chiamata dura pochi secondi, a volte minuti interminabili. Ma ogni volta, da quel filo di voce, passa un pezzo del Paese che non vuole arrendersi.

Il 25 novembre ci invita a guardare la violenza di genere come un fenomeno misurabile, stratificato nei dati dell’Istat. Eppure ciò che più conta — e più urge — si trova oltre le percentuali: è la trama quotidiana di anticorpi sociali costruiti da volontarie, forze dell’ordine, associazioni, cittadine e cittadini. Una rete discreta, ma decisiva. Una rete che tiene in piedi un pezzo essenziale della nostra democrazia.

Lo scatto dei dati: quando il fenomeno emerge
Il quadro dell’Istat è chiaro: l’Italia ha smesso di considerare la violenza un fatto privato. Le chiamate al 1522 — oltre 48.000 nei primi nove mesi del 2024, +57% sul 2023 — raccontano un Paese che prende parola, che non resta più in silenzio.
Gli omicidi restano stabili: 334 nel 2023, di cui 117 donne. Numeri che non bastano a descrivere il fenomeno, ma indicano una soglia oltre la quale non si può tornare indietro.

Il dato più eloquente è forse un altro: il crescente numero di donne che intraprendono percorsi di uscita dalla violenza. I Centri Antiviolenza (CAV) registrano un aumento sia negli accessi sia nella continuità dei percorsi.
Qui la statistica incontra la realtà: la rete D.i.Re – Donne in Rete contro la Violenza, che riunisce 118 Centri in Italia, ha accolto nel 2024, 23.851 donne, di cui 16.350 nuove. La fiducia cresce, così come la capacità — almeno iniziale — di trovare una porta aperta.
Il profilo delle donne seguite dalla rete mostra un quadro coerente: quasi la metà ha tra i 30 e i 49 anni, una su quattro è straniera, circa il 30% non dispone di un reddito proprio. Le violenze più frequenti sono psicologiche (oltre l’80%), fisiche (56%) ed economiche (circa un terzo). Solo il 32% denuncia.
È la parte invisibile della storia: quando una donna si affida alla rete, si ribella non solo a un uomo violento, ma a un sistema che per anni ha normalizzato quel maltrattamento.
Fuori dall’Italia, il quadro non cambia. Nell’Unione Europea una donna su tre ha subito violenza fisica o sessuale. L’Italia non è un’eccezione: è parte di una crisi continentale della protezione delle donne.

Il 1522: la frontiera dove la paura diventa parola
Pochi lo sanno, ma la più grande rivoluzione del 1522 è stata la chat anonima.
Le più giovani — spesso controllate nei telefoni — scelgono quella via silenziosa per chiedere aiuto. È la risposta a una delle forme più recenti e insidiose: la violenza digitale.
Le volontarie raccontano che molte richieste arrivano dall’auto parcheggiata sotto casa, dal bagno dell’ufficio, dal supermercato. Micro-rifugi temporanei da cui nasce la frase più difficile: «Credo di aver bisogno di aiuto». È in quei momenti che la “statistica si fa carne”. Che i numeri prendono voce. Che la cronaca si piega alla vita.

Dentro i Centri antiviolenza: il lavoro che non si vede
I CAV non sono semplici luoghi di accoglienza: sono laboratori di ricostruzione.
Qui si insegnano strategie per riconoscere la manipolazione, si preparano piani di sicurezza, si costruiscono dossier legali, si rassicurano bambini spaesati che hanno visto troppo e capito poco.
I numeri mostrano quanto questa rete sia sotto pressione. I Centri D.i.Re contano 204 sportelli di prossimità e 60 case rifugio, ma non bastano: nel 2024 quasi 1.000 donne non hanno potuto essere accolte per mancanza di posti. È uno dei nodi strutturali più gravi: finanziamenti non stabili, programmazione difficile.
Eppure la rete tiene insieme servizi ad alta complessità: consulenza legale e psicologica, percorsi per donne senza permesso di soggiorno, accoglienza accessibile alle donne con disabilità. Solo nel 2024 sono state 348 le donne con disabilità accolte, per lo più vittime di violenze agite da familiari o partner.

La novità degli ultimi anni è la presa in carico comunitaria: non solo professioniste, ma volontarie che accompagnano alle visite, alle udienze, ai colloqui. E adulti che scelgono di formarsi: insegnanti, medici, allenatori. Perché chi intercetta una crepa può evitare una frattura.
E poi, un fatto nuovo: sempre più uomini — soprattutto giovani — partecipano ai percorsi nelle scuole. Parlano di consenso, controllo digitale, gelosia, emozioni. Una trasformazione lenta, ma radicale.

Quando il territorio decide di non voltarsi dall’altra parte
Accanto alle istituzioni, c’è un’Italia minuta che resiste nella quotidianità. La vicina che bussa “solo per chiedere il sale”, ma in realtà vuole assicurarsi che vada tutto bene. Il condominio che apre una chat per segnalare rumori sospetti. La barista che posa sul bancone un tovagliolino con il numero del 1522.
Poi ci sono i corpi intermedi, spesso ignorati: parrocchie, circoli, cooperative sociali, associazioni sportive. Realtà che conoscono il territorio e intercettano fragilità invisibili altrove.
In molte città i CAV hanno aperto sportelli in consultori, biblioteche, centri civici: luoghi dove chiedere aiuto non espone, non isola, non stigmatizza.

La prevenzione tra i giovani: dove tutto può cambiare
La prevenzione è il terreno più delicato — e più promettente.
I CAV lavorano nelle scuole sull’affettività, la gestione delle emozioni, il linguaggio non ostile. Spesso il nodo più difficile emerge quando si parla di controllo: controllare il cellulare del partner, i suoi spostamenti, i suoi like. È lì, nell’anticamera della possessività, che si forma la cultura del dominio.
Sempre più associazioni sperimentano strumenti nuovi: podcast, videoclip, giochi di ruolo, campagne Tik Tok ideate dagli studenti. Non adulti che spiegano, ma giovani che reinterpretano.
Un dato Istat lo chiarisce: tra i giovani la percezione della violenza psicologica è bassissima. Se la prevenzione ha un punto di partenza, è questo.

Una rete che tiene, ma che ha bisogno di fiato
La lotta alla violenza non è un’emergenza improvvisa: è un lavoro quotidiano che richiede risorse stabili, personale formato, continuità operativa.
Molti CAV vivono ancora di progetti annuali; le forze dell’ordine sperimentano protocolli innovativi, ma la formazione non è uniforme; i cittadini intervengono, ma servono strumenti più diffusi.
La rete D.i.Re conta 3.739 attiviste, ma solo una parte è retribuita. Senza un investimento strutturale, la domanda rischia di superare la capacità di risposta.
Eppure, la rete tiene. Tiene perché è fatta di professioniste, volontarie e persone comuni che scelgono di non voltarsi. Tiene perché la società — lentamente, ma con decisione — si sta muovendo. Tiene perché educare non è mai neutro, e oggi è più urgente che mai.

Perché raccontare tutto questo
La violenza di genere è un fenomeno sistemico, ma non inevitabile. La statistica non basta: serve la narrazione. Quella che illumina ciò che resta in ombra, che connette ciò che appare frammentato, che dà voce a chi ogni giorno costruisce alternative.
Il 25 novembre non è solo una ricorrenza: è un punto di osservazione privilegiato su un Paese che cambia.
Lentamente, faticosamente, ma con un passo che non è più quello di dieci anni fa.
E forse la frase che circola nei CAV racchiude meglio di qualunque grafico la sostanza di questa trasformazione: “Quando una donna si salva, non si salva da sola”.

Sul portale VDossier l’approfondimento continua con il nuovo Rapporto ASviS 2025 e i rallentamenti dell’Italia nella direzione dello sviluppo sostenibile. Ma dal basso si continua a desiderare, coltivare e costruire un mondo ambientalmente e socialmente più giusto. Scopri le storie di Vdossier.

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