La voglia di partecipare non conosce differenze: imparare l’inclusione facendo
Un’esperienza concreta di volontariato inclusivo nata nei mercati del garbagnatese racconta come partecipazione, relazioni e sperimentazione possano generare comunità. Dalle prime incertezze alla costruzione di un gruppo attivo nel recupero alimentare, l’articolo ripercorre un percorso fatto di domande, apprendimento e cambiamento, mostrando come l’inclusione si costruisca nella pratica quotidiana.
Di Thomas Pettinato

La storia che vi raccontiamo mostra come sia possibile attivare esperienze di volontariato al contempo inclusive, significative e coinvolgenti. Questa è stata la scoperta più immediata: raccogliere l’energia e l’entusiasmo di alcuni cittadini che spesso non hanno occasione di fare volontariato e convogliarli in un’azione di recupero cibo al mercato ha funzionato. L’esperienza prosegue ancora oggi e cammina sulle proprie gambe. Inizialmente, il tavolo di progetto (la Rete Terzo Tempo di Comuni Insieme) immaginava che portare il modello RECUP in un mercato del garbagnatese, attivandoci in prima persona e provando ad ampliare la platea dei volontari, avrebbe comportato diverse difficoltà. Le incognite non erano poche. Le domande, razionali e ben fondate, si accumulavano: i ragazzi e le cooperative sapranno organizzarsi e svolgere le attività? Ci saranno commercianti disponibili? E se non recuperassimo nulla, o se invece arrivasse troppo cibo da redistribuire?
Il rischio era evidente: lasciare che la somma dei vincoli diventasse un motivo per fermarsi, disperdendo un anno intero di lavoro, relazioni e riflessioni. Così abbiamo provato a cambiare prospettiva. Invece di continuare a porci domande su tutto, abbiamo deciso di rivolgerle a qualcuno: ai diretti interessati. Forse non si trattava di smettere di interrogarsi, ma di iniziare a farsi le domande giuste. Non troppe domande, ma quelle giuste.
Prendersi cura delle premesse e co-costruire i problemi
Per prima cosa abbiamo dovuto organizzarci in gruppi: un giorno, un mercato, un gruppo di volontari delle cooperative. La prima vera mossa operativa, dopo le attivazioni iniziali sul campo, è stata prendersi cura dell’organizzazione. Far funzionare l’attività non è scontato, soprattutto quando si opera in contesti complessi e con gruppi eterogenei.
Il rischio, che sentivamo chiaramente, era che la domanda “si può fare?” diventasse una scorciatoia elegante per evitare il fallimento: osservare, raccogliere qualche dato e rimandare l’azione. Per evitarlo, come CSV Milano, insieme alle operatrici e agli operatori delle cooperative coinvolte sul territorio, abbiamo scelto di investire tempo ed energie in momenti di preparazione del gruppo prima delle uscite ai mercati. Durante questi incontri abbiamo chiarito il senso delle uscite, costruito strumenti semplici ma condivisi per la raccolta delle informazioni che ci interessavano (li abbiamo chiamati i “taccuini di ricercatrici e ricercatori”) e ci siamo preparati a interagire con i venditori immaginando di intervistarli. Soprattutto, abbiamo lavorato per creare un ambiente sicuro, in cui le persone coinvolte potessero sentirsi ascoltate, legittimate e valorizzate. È stato un processo reciproco, capace di far crescere sia i volontari sia le organizzazioni.
È stato in uno di questi momenti che M., ospite di un centro diurno, rispondendo alla domanda “Cosa chiederesti a un commerciante che vedi per la prima volta?”, ha detto senza esitazione: “Che devi darci da mangiare”. Poche chiacchiere, andare al sodo.
Buttarsi, con una pettorina addosso e un po’ di coraggio
Le prime uscite nei mercati di Paderno e Arese sono state attraversate da una diffusa sensazione di incertezza. I primi giri tra le bancarelle sono serviti a familiarizzare con il contesto: osservare, annotare, raccogliere appunti sui taccuini e iniziare a farci riconoscere.
Girare per il mercato con le pettorine addosso attirava sguardi e curiosità: una facilitazione, senza dubbio. Ma non sarebbe bastata senza il coraggio di fare il primo passo. Ed è stata proprio M. la prima a rompere gli indugi: “Beh, allora ci parlo io coi commercianti, ora”.
Da lì, lentamente, qualcosa ha iniziato a muoversi. Alle prime chiacchiere sono seguite le prime donazioni: pane, frutta, verdura, pasta fresca. Fino al momento del rientro, quando un richiamo ci ha raggiunti da una delle prime bancarelle che avevamo avvicinato e che, all’inizio, non ci aveva accolti con grande entusiasmo: “Ehi voi! Venite qui, che ci siamo dimenticati di darvi questo”.
La signora è uscita dalla bancarella con due sacchetti pieni di cibo di gastronomia. Perché sì, la verdura è importante. Ma anche il fritto misto, ogni tanto, ha il suo perché.
Forse, a quel punto, le cose iniziavano davvero a funzionare. È così che è scattato il coinvolgimento e l’entusiasmo di tutto il gruppo.
E quindi? Cos’è il volontariato inclusivo?
A posteriori, questa esperienza ci ha insegnato molto più di quanto avessimo previsto. Non solo sul recupero alimentare o sulla relazione con i mercati, ma sul significato profondo del volontariato inclusivo.
Abbiamo imparato che includere non significa “adattare” le persone a un modello predefinito di volontariato, ma essere disposti a mettere in discussione quel modello. Che i tempi dell’efficienza non coincidono sempre con quelli dell’apprendimento. Che il rischio di fallire non è un errore di progettazione, ma una componente inevitabile dei processi realmente partecipativi. E che, al netto di tutto, si può sempre trovare una forma di successo: il progetto infatti sta continuando, senza più la guida di CSV Milano; ci si è organizzati con altre associazioni per la redistribuzione di quanto raccolto e si è diventati a tutti gli effetti volontari di RECUP. Nessuna esclusiva per la disabilità, ma un’inclusività rispetto al coinvolgimento nel mondo del volontariato.
Come operatrici e operatori, abbiamo fatto un passo indietro: lasciare spazio, accettare risposte scomode, riconoscere che alcune domande – come quella di M. – non vanno corrette, ma ascoltate. Perché il volontariato inclusivo non è un obiettivo da raggiungere una volta per tutte. È una pratica quotidiana, fatta di aggiustamenti, errori e piccoli successi inattesi. E, soprattutto, di relazioni che si costruiscono camminando insieme, anche quando non sappiamo esattamente dove stiamo andando. Oggi crediamo ancora più fortemente che chiunque abbia voglia ed energie possa metterle a disposizione degli altri.


