Di cosa parliamo, parlando di giustizia di comunità?
Allo sportello del Progetto TAG, in Piazza Castello, arrivano persone con un’ordinanza del giudice e una domanda pratica: dove posso svolgere le mie ore di lavoro di Pubblica Utilità? Il Progetto TAG, infatti, accompagna le persone sottoposte a misure di giustizia di comunità e gli enti del terzo settore milanese che si propongono di ospitarle. Quella domanda, però, raccontano Andrea Molteni e Alice Rossi, che lavorano al progetto, apre a delle riflessioni molto più ampie su cosa si intende per giustizia di comunità.
di Alice Rossi e Andrea Molteni
Di cosa parliamo, parlando di giustizia di comunità?
Allo sportello del Progetto TAG, in Piazza Castello, arrivano persone con un’ordinanza del giudice e una domanda pratica: dove posso svolgere le mie ore di lavoro di pubblica utilità? Il Progetto TAG, infatti, accompagna le persone sottoposte a misure di giustizia di comunità e gli enti del Terzo settore milanese che si propongono di ospitarle. Quella domanda, però, raccontano Andrea Molteni e Alice Rossi, che lavorano al progetto, apre a delle riflessioni molto più ampie su cosa si intende per giustizia di comunità.
Proviamo a partire dalla definizione. Sotto il termine-ombrello di “giustizia di comunità” sono raccolte tutte le misure giudiziarie esterne al carcere, che prevedono cioè che il condannato o l’imputato rimanga all’interno della comunità. Queste misure sono state introdotte a partire dal 1975 con il duplice obiettivo di ridurre la pressione sulle carceri e di rilanciare la funzione rieducativa della pena, negli anni della critica alle istituzioni totali che ha portato, per esempio, alla Legge Basaglia.
Anche la giustizia riparativa può essere collocata, storicamente, dentro questo stesso perimetro: la sua origine, in fondo, è quella di una pratica di giustizia radicata nella comunità, seppure con importanti differenze. Le misure di giustizia di comunità sono sanzionatorie: la persona è tenuta a un’attività, in cambio di uno sconto di pena o dell’estinzione del reato. Quello della giustizia riparativa, invece, è un percorso volontario, parallelo al procedimento, che prova a ricostruire un racconto condiviso e una relazione tra chi ha causato un danno e chi lo ha subito.
Negli anni, le misure di giustizia di comunità sono progressivamente aumentate, fino a includere anche istituti come il lavoro di pubblica utilità e la messa alla prova. Il lavoro di pubblica utilità come sanzione sostitutiva presuppone una condanna già emessa, di cui il lavoro non retribuito costituisce parte della pena. La messa alla prova, invece, si colloca prima della sentenza e il suo buon esito evita la condanna stessa. Queste ultime misure sono quelle che chiamano in causa più direttamente gli enti del Terzo settore e su cui il Progetto TAG si concentra.
Il percorso per le persone coinvolte
Le misure di giustizia di comunità, oltre alle possibilità richiamate sopra, hanno l’obiettivo di rimettere al centro la persona oltre il reato. Offrono alle persone coinvolte la possibilità di fare un’esperienza di “situazioni relazionali positive e generative”, incontrando, spesso per la prima volta, realtà di Terzo settore a cui non si sarebbero mai avvicinate, ci dice Rossi.
Capita che chi si affaccia a questo mondo non abbia mai fatto volontariato prima, non conosca nessuno che lo faccia e che quell’obbligo diventi la prima occasione della sua vita per farne esperienza. In questo modo, le persone hanno l’occasione di accrescere il proprio capitale sociale, stringendo legami che a volte restano anche dopo la fine della misura. In qualche caso, c’è chi, terminate le ore previste, sceglie di continuare come volontario nello stesso ente che lo ha accolto.
Questi percorsi, però, non sono privi di difficoltà. Chi è sottoposto a una di queste misure quasi sempre continua a lavorare, ha una famiglia, orari da conciliare. Trovare un ente disponibile a orari compatibili con questi impegni non è scontato e capita che le persone accettino condizioni logistiche che poi faticano a sostenere, come impegni troppo lontani da casa.
Ci sono, inoltre, le situazioni di fragilità più delicate: persone con una dipendenza, con una sofferenza psichiatrica, senza dimora. Per loro, la rigidità della misura — un certo numero di ore da svolgere in un certo contesto — può risultare incompatibile con ciò di cui avrebbero davvero bisogno, che a volte sarebbe più un percorso di cura che un’attività da espletare.
Le difficoltà per gli enti ospitanti
Sul fronte opposto, anche le organizzazioni ospitanti incontrano qualche difficoltà. L’obbligo di attivazione di una copertura INAIL e, secondo le ultime indicazioni del Tribunale di Milano, anche dei corsi di sicurezza per chi accoglie una persona in lavori di pubblica utilità è un onere rilevante.
Ciò è da un lato comprensibile, perché ha a che fare con la tutela delle persone coinvolte, ma è anche un costo che al momento nessun finanziamento pubblico riconosce come ammissibile. Un costo che pesa su tutti, ma in particolare sugli enti più piccoli, che, pur essendo più radicati nel territorio e quindi più inclini a coltivare la dimensione comunitaria di questi dispositivi, ci ricorda Rossi, rischiano di trovarsi nell’impossibilità di continuare ad accogliere i cittadini.
C’è poi un secondo aspetto, più legato al funzionamento del sistema nel suo complesso. L’obiettivo del Progetto TAG era di operare attraverso una “convenzione a ombrello” con il Tribunale, che permetteva di inserire progressivamente nuove organizzazioni senza che le più piccole e meno strutturate dovessero necessariamente affrontare da sole l’iter per una convenzione diretta, più faticoso.
Con l’introduzione di un portale ministeriale per la registrazione delle convenzioni, pensato per semplificare le procedure, si è perso però qualcosa di quella flessibilità: oggi bisogna dichiarare fin dall’inizio tutte le sedi in cui si svolgeranno le attività, rendendo di fatto impossibile far rientrare le organizzazioni più piccole nella Convenzione TAG e obbligandole ad affrontare il lungo iter per la stipula di una convenzione autonoma (lungo in alcuni casi anche 9-10 mesi).
Le organizzazioni si trovano quindi a fare i conti con queste complessità senza un riconoscimento economico dedicato, e con poco spazio per far sentire la propria voce nella definizione delle misure che sono chiamate ad applicare. Ma a farne le spese sono soprattutto i cittadini, che faticano a trovare enti disposti ad accoglierli.
È questo il senso della giustizia di comunità?
Messe una di seguito all’altra, queste difficoltà raccontano di come, nella pratica quotidiana, una misura pensata per ricostruire relazioni tra la persona e il suo contesto si scontra spesso con questioni più burocratiche che relazionali. Questo è in parte l’effetto di un sistema che deve dotarsi di regole. Talvolta però, la sensazione è che si sia persa l’attenzione sul potere trasformativo della misura per la persona e la sua comunità, afferma Molteni.
Vale la pena guardare anche ai dati per riflettere sullo scarto tra l’intenzione delle misure e la loro amministrazione. Tra il 2015 e il 2025 il numero complessivo di persone in esecuzione penale, tra misure di comunità e detenzione, è aumentato del 79,4%. Le misure alternative, pensate anche per alleggerire il carcere, non ci sono riuscite fino in fondo: si sono per lo più aggiunte, in quella che il XXII Rapporto di Antigone¹ sulle condizioni di detenzione descrive come “una colossale espansione dell’area della penalità”.
Un dato più recente aggiunge una preoccupazione ulteriore: nel 2025, per la prima volta in dieci anni, la crescita delle misure di comunità ha subito un rallentamento, che Antigone lega al recente inasprimento normativo.
Il sistema, in sintesi, continua ad aggiungere misure, senza chiedersi perché il reato sia accaduto. Per Molteni, la risposta sta nelle relazioni comunitarie stesse: non esiste un fatto criminale che nasca fuori da esse.
Forse anche per questo, osserva ancora, richiamando Zygmunt Bauman e Stanley Cohen, la parola “comunità” è così piacevole da evocare.² Resta abbastanza comoda e indefinita da non spingerci a interrogarci su cosa comporti e su che “cosa nella comunità non ha funzionato per cui sono avvenuti dei fatti criminali o violenti”.
La responsabilità della comunità, però, si estende anche a cosa succede dopo, nel momento in cui la persona torna a vivere nello stesso tessuto di relazioni e deve trovare qualcuno disposto ad accoglierla.
Resta quindi da chiederci se vogliamo pensare la giustizia di comunità come un insieme di regole, oppure come qualcosa che si mette in gioco a propria volta. Disposta a chiedersi, di volta in volta, come potrebbe fare meglio.
Note e fonti
1. Associazione Antigone (2026). Misure e sanzioni di comunità. In Tutto chiuso. XXII Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione.
2. Molteni, A. (2026). Quale comunità? Quale giustizia? In Caritas Italiana (a cura di), Il paradigma della giustizia riparativa, pp. 161–180.


