“Associarsi ancora”: le anticipazioni della ricerca di CSV Milano
Una ricerca qualitativa condotta da CSV Milano racconta bisogni, sfide e trasformazioni del volontariato nella città metropolitana. Dalle identità associative alle difficoltà nel coinvolgimento di nuovi volontari, dalle relazioni con istituzioni e imprese alle reti tra organizzazioni: uno sguardo approfondito su ciò che oggi sostiene e mette alla prova l’impegno civico.
Di CSV Milano
Perché il volontariato e l’impegno civile intercettino sempre più cittadine e cittadini, il Centro Servizi per il Volontariato di Milano – CSV si interroga continuamente sul benessere dei volontari e delle organizzazioni della società civile. Indagare i bisogni che attraversano questo mondo è fondamentale per scoprirne le difficoltà, le sfide e arrivare alle soluzioni, per rafforzarsi e influenzare sempre più la società che ci sta attorno.
La ricerca svolta da CSV Milano intitolata “Associarsi Ancora” si basa su oltre 60 interviste approfondite svolte in ciascuna delle 8 zone omogenee in cui è suddivisa la città metropolitana di Milano. Tenendo come punto di riferimento la presenza di volontari, sono state coinvolte organizzazioni diverse fra loro (in ordine decrescente di numerosità: Aps, OdV, altri tipi di ETS, organizzazioni non ETS, gruppi informali e imprese sociali o cooperative). Questa indagine qualitativa ha permesso di raccogliere un quadro ricco e articolato della vita delle organizzazioni: due ore di dialogo per ciascun soggetto ascoltato, hanno restituito l’immagine di un mondo vivo, attraversato da spinte evolutive e da nodi irrisolti, ma anche straordinariamente capace di proposte profonde e impattanti. L’indagine si è concentrata sulle percezioni e le esperienze dirette delle organizzazioni, con uno sguardo non rivolto ai dati quantitativi, bensì ai significati, alle difficoltà, alle relazioni interne ed esterne, alle dinamiche organizzative e culturali.
La domanda introduttiva – “chi siete?” – ha aperto la strada a riflessioni profonde sull’identità associativa, sulla tenuta dei gruppi e sul ruolo dei volontari nella vita quotidiana delle organizzazioni di cui fanno parte. Questo piano identitario è infatti la leva centrale che tiene insieme persone, progetti e scelte strategiche. È la mission di un’organizzazione che attrae volontari e fa crescere il gruppo, evolvendo insieme a seconda del contesto in cui si opera. Specularmente, è il disaccordo su come interpretare la mission che può far nascere i (pochi) momenti di rottura nella vita di un’organizzazione.
Certo è che, come emerge fin dall’inizio, attrarre nuovi volontari è complicato e comunque impegnativo per tutti: sia chi non riesce a farsi conoscere che chi è tanto conosciuto e ha liste d’attesa, deve infatti impegnare tempo e risorse, cioè volontari esperti, per formare e spiegare come operare alle persone che si avvicinano per la prima volta, senza nessuna garanzia che l’impegno dei primi sarà continuativo o durevole. Perciò è necessario garantire che i nuovi si sentano accolti e utili: un processo d’inserimento efficace dipende dalla cura e dalla formazione fornite, e se sottovalutato porta ad una perdita dell’investimento fatto. Su tale difficoltà emergono le diffidenze di alcuni verso volontari episodici e aziendali, che d’altra parte, avvicinano oggi più persone al volontariato che in passato. Tutto ciò spinge alcune organizzazioni a decidere di non concentrarsi attivamente sulla ricerca di volontari, ma sulle proprie attività. C’è chi rimane interessato solo in caso di impegno di lungo periodo, chi dice a priori no ai volontari giovani, visti come più inaffidabili e soggetti a cambiamenti, fino a chi tende ad evolversi verso una forma più marcatamente professionale di impresa sociale. Quest’ultimo aspetto sottolinea il focus principale che hanno tutte le realtà: le attività e i servizi offerti sono spesso variegati e molteplici, e assorbono l’impegno dei membri quasi completamente, soprattutto in piccole organizzazioni senza dipendenti ad amministrarne la gestione. Tuttavia va sempre ricordato che il volontario giovane coinvolto e attivamente partecipe è una tipologia, potremmo dire ideale, a cui nessuna organizzazione nega di ambire, e chi la ha la valorizza con forza, anche a livello narrativo durante l’intervista.
A questi punti si collega il tema organizzativo interno: tra le fila dei volontari sono pochi quelli disponibili a prendersi le responsabilità gestionali, o anche a partecipare alle assemblee meno operative e più programmatiche. La responsabilizzazione dei volontari è di difficile avvio, perché pretende un coinvolgimento identitario (basato sulla mission) consolidato. Quando manca, si sviluppa una difficoltà per l’organizzazione di tramandarsi, ovvero di trovare un nuovo gruppo che guidi e continui l’attività. Il “dopo di noi” è in molti casi tema di riflessione per i presidenti intervistati, con un arco di tempo che si sviluppa in anni. I momenti di cura e aggregazione interna servono anche a questo. E si potrebbe aggiungere: servono a che il gruppo dirigente si convinca che le nuove energie siano conformi alla mission e che non stravolgano l’organizzazione, sia nell’identità che nella gestione della vita interna. Un tema di resistenza, a volte di diffidenza, è infatti presente.
La ricerca ha anche analizzato le relazioni che le organizzazioni hanno sia col settore pubblico che col settore privato. Partiamo da quest’ultimo perché è ancora in fase embrionale: sono poche infatti le organizzazioni che su base abituale scrivono progetti con aziende, coinvolgono il volontariato aziendale o si fanno finanziare da enti privati, ma queste poche riportano un grande interesse e facilità di relazione. Lato pubblico invece il rapporto è molto più comune, quasi una necessità. Si distinguono relazioni cooperative, relazioni conflittuale e relazioni di cooptazione, dove l’accesso a risorse o canali preferenziali determina una migliore collaborazione. Ancora in fase di studio, da entrambe le parti, sono i nuovi strumenti della coprogrammazione e della coprogettazione, mentre chi ha partecipato a patti di collaborazione ne rimane soddisfatto nonostante le relazioni con il comune non siano spesso rapide o efficaci come potrebbero. In generale questo è un grande punto d’interesse: come stare in una relazione a volte burocratica, a volte votata a rapporti politici-elettorali, come partner non profit e non come fornitori di servizi, portando le proprie specificità e facendosele riconoscere. C’è quindi il bisogno di facilitare questo rapporto da parte di soggetti terzi specializzati, nonostante la consapevolezza sullo strumento della facilitazione sia ancora bassa fra le organizzazioni della società civile.
Ultimo macro tema emerso nelle interviste è quello di mettersi in rete. Creare sinergie e collaborazioni aiuta nella realizzazione della mission, crea visibilità per la ricerca di volontari, rafforza la capacità di parlare con il settore pubblico. Ciò che si intende con il termine “rete” varia da legami di fiducia tra organizzazioni, sviluppatisi nel tempo, a vere proprie rete organizzate attorno ad un obiettivo, un’identità o un bando. Anche qui si rileva una certa fatica da parte delle organizzazioni: fare rete è un lavoro, un investimento, e pertanto vanno evitati tavoli di confronto generici che impegnano tempo e risorse senza concretizzarsi in nulla. Non viene mai negata la potenzialità di un approccio di rete, ma si esprime con decisione l’insofferenza verso aspettative troppo spesso frustrate. Fare rete è qualcosa di complicato, che funziona se ha un obiettivo, delle regole e dei metodi condivisi, ma anche delle risorse per operare (per esempio un capofila con risorse stipendiate). Emerge anche qui il ruolo di facilitatori terzi: creare occasioni che possano concretizzarsi e giungere ad un’organizzazione efficiente rimane potenzialmente utile per le organizzazioni e la loro mission.
Come tale, il mondo del volontariato milanese appare dinamico e attraversato da sfide complesse e variegate. Ciononostante, la presenza di persone attive a vario titolo che svolgono attività di interesse collettivo rimane una forza sociale che plasma una migliore qualità di vita nei luoghi ove è presente. Gli indici sociali parlano di persone meno sole, più propense alla fiducia reciproca e alla collaborazione, nonché più sicure.

