Progetto TAG: l’intervista agli operatori dello sportello
Accogliere, ascoltare e orientare le persone che devono svolgere misure di giustizia di comunità, individuando le realtà del Terzo settore più adatte a ospitarle. È questo il lavoro quotidiano degli operatori dello sportello del Progetto TAG, che mette in relazione persone, associazioni e istituzioni, favorendo percorsi di inclusione e nuove opportunità di partecipazione. Abbiamo intervistato Elisabetta, Martina e Alessandro per conoscere più da vicino il loro lavoro, le sfide dell’accoglienza e le esperienze in cui un percorso di pubblica utilità si è trasformato in un legame duraturo con la comunità.
di Francesco Bizzini
Quale ritenete sia il valore aggiunto del vostro lavoro come operatori per la Giustizia di Comunità e per il Progetto TAG?
Il valore del Progetto TAG è di offrire, all’interno di un colloquio visivo, uno spazio di ascolto e orientamento alle persone che devono svolgere le misure di comunità, spesso sprovviste di informazioni chiare su quello che effettivamente devono fare.
Questo colloquio permette di conoscere le persone e personalizzare, quando possibile, l’intervento sulla base delle fragilità e delle specificità che emergono durante l’incontro. Come operatori, il nostro ruolo è anche quello di tessere una rete con il territorio e le istituzioni, sviluppando legami e collaborazioni positive con le associazioni accoglienti.
Quali criteri o strategie di matching adottate per cercare di mandare “la persona giusta al posto giusto”?
Iniziamo approfondendo le esigenze quotidiane, gli orari di lavoro, gli impegni personali e le modalità di spostamento sul territorio, cercando di far emergere anche le competenze e le aspettative della persona rispetto al proprio percorso.
Il cuore del lavoro consiste poi nel comprendere quali possano essere le associazioni più adeguate alle caratteristiche della persona, sulla base della nostra conoscenza delle persone che gestiscono le misure e delle modalità di accoglienza dell’ente.
Siete a conoscenza di casi in cui, al termine della MAP o dei LPU, si sia creato un legame più duraturo tra il cittadino e l’organizzazione? Di che tipo di legame si è trattato?
Ci sono state diverse situazioni in cui chi aveva avviato percorsi di LPU o attività socialmente utili è poi rimasto come volontario ordinario al termine del periodo prescritto dal giudice.
Si sono poi verificati casi in cui persone con fragilità importanti sono rimaste legate alle associazioni, come utenti dei servizi offerti oppure perché supportate nei loro percorsi di inserimento sociale.
Ad esempio, una persona recatasi allo sportello con fragilità di vario tipo è stata ascoltata e accolta, per poi individuare una realtà corrispondente alle sue esigenze. Durante il percorso, la relazione tra i volontari e la persona si è intensificata sempre di più, tanto che l’associazione si è presa a cuore la sua situazione e l’ha supportata nell’affrontare le vulnerabilità che hanno caratterizzato gli ultimi anni della sua vita.
Qual è stata l’esperienza più bella ed edificante che vi è capitato di gestire attraverso TAG?
Un esempio pratico che possiamo portare è quello di una persona recatasi allo sportello con fragilità di vario tipo, che è stata ascoltata e accolta per poi individuare una realtà corrispondente alle sue esigenze.
Durante il percorso, la relazione tra i volontari e la persona si è intensificata sempre di più, tanto che l’associazione si è presa a cuore la sua situazione e l’ha supportata nell’affrontare le vulnerabilità che hanno caratterizzato gli ultimi anni della sua vita.
In generale, tutte le situazioni di particolare fragilità che sono state accolte dall’équipe e che, tramite la collaborazione di tutti gli operatori, siamo riusciti a indirizzare verso una realtà capace di accogliere le loro specificità ci hanno dato maggiore soddisfazione professionale.
Questo a prescindere dall’esito del percorso stesso, che non è mai garantito sia effettivamente positivo nei termini della misura.
Quali consigli dareste a un’associazione che ha dubbi o perplessità rispetto alla possibilità di accogliere un cittadino attraverso un percorso TAG?
Più che dare consigli specifici alle singole organizzazioni che accolgono o che potrebbero essere interessate ad accogliere, riteniamo sarebbe più utile organizzare uno o due incontri l’anno tra enti che già accolgono e organizzazioni che ancora non lo fanno, in cui siano le associazioni stesse a condividere esperienze e buone pratiche.
All’interno di questi incontri sarebbe funzionale fornire anche informazioni teoriche sulle misure di comunità, ma riteniamo che la testimonianza di chi effettivamente accoglie e segue le persone nei loro percorsi possa essere più utile a sciogliere dubbi e convincere le associazioni che sono ancora incerte sull’accoglienza.

